L’odio bulimico

L’odio bulimico

“Marketing regressivo”

Nella politica di segmentazione, la comunicazione dell’insicurezza promuove l’adesione a quei partiti e movimenti beneficiati dai desideri di cittadini e cittadine indottrinati attraverso la pubblicistica dell’odio.

Partiti che vendono la sicurezza come BRAND, i loro leader costruiti come merce usa e getta.

E’ bene chiedersi fin dove arrivi il marketing dell’immagine nel momento in cui scatena la rabbia xenofoba verso gli avversari che vendono altra merce.

Il dilagare del fenomeno non è dovuto solo alla crescita della precarietà e della povertà, ma anche all’escalation delle paure e dell’insicurezza indotta dottrinariamente dai media.

I nuovi profeti della politica hanno trasformato in merce il sistema di governo.

I cittadini sono diventati, da spettatori, iperconsumatori di sentimenti emotivi.

Ogni movimento o partito è un marchio che vende in continuazione pulsioni edonistiche, il brand deve cambiare velocemente per aumentare la domanda di consumo.

Ogni offerta si trasforma in adesione sia per i leader sia per il suo consumo. Si passa dal razzismo all’Europa, dalla globalizzazione finanziaria alle guerre, tutto viene consumato rapidamente nella forma bulimica della governance.

La stessa merce deve cambiare continuamente per essere vendibile.

Dopo la diffusione dei beni commerciali in tutto il corpo sociale, nella sfera politica è in atto un processo identico. E’ la fine dell’etica della responsabilità.

I “nuovi” leader fanno presa in quest’epoca fomentata, deregolamentata, incostante, che si annuncia con un accomunamento di preoccupazioni.

Le due entità Lega e 5 stelle, con i due amministratori delegati “Di Maio-Salvini” come logo del brand Italia, vengono pubblicizzati e venduti dai loro agenti di commercio e trasformati in avatar governativi.

Lo vuoi vedere?

 

Crediti:

Testo: A. Montanaro

Editing video: Cirant/Dileo

L’immagine dell’articolo viene da qui ed è stata photoshoppata

 

Vite sottovuoto

Vite sottovuoto

Una rivoluzione individualistica che si realizza attraverso la disaffezione ideologica e politica, destabilizzante della personalità. Questo stiamo vivendo.

È una mutazione antropologica globale dove governa il vuoto, un vuoto senza tragedia né apocalisse. Nell’apoteosi del consumismo esteso fin nella vita privata, nel consumo  del tempo esistenziale attraverso media plurimi, vaghi, relazioni digitali, qui c’è la nuova modernità. Vuoto generato in technicolor. Il passaggio dall’individualismo “limitato” all’individualismo “totale” ha prodotto un sistema di narcisismo politico, dove molti leader di movimenti e di partito si sganciano dal sociale per ripiegarsi su un solipsismo intimista.

La profezia di Alexis de Tocqueville si realizza nel narcisismo post-moderno, in questa società dove i rapporti di produzione sono stati spodestati a vantaggi dei rapporti di seduzione.

La seduzione, figlia dell’individualismo edonistico, è intossicata dalla manipolazione dell’elettorato mediante uno spettacolo illusionista.

Il deserto sociale guadagna terreno con la potenza del negativo, simbolo del lavoro mortifero dei tempi moderni fino al suo termine apocalittico.

Mentre il sociale va in disuso, il desiderio, il godimento, la comunicazione diventano i soli “valori”, i grandi sacerdoti predicano la diserzione di massa, la libido è frutto del deserto.

La diserzione sociale ha portato con sé la democratizzazione del “malessere di vivere”, flagello diffuso ed endemico.

La “thanatocrazia” si sviluppa, le catastrofi ecologiche si moltiplicano senza generare un sentimento tragico da fine del mondo, ci si abitua senza strazio al “peggio” che viene consumato attraverso i media, la minaccia economica ed ecologica non è riuscita a penetrare in profondità nelle coscienze indifferenti.

Nella tecnologia di controllo delicato e autogestito si socializza de-socializzando, cittadini e cittadine sono messi in sintonia con un sociale disintegrato, nella gloria del regno dell’ego puro.

Contemporaneamente si espellono le resistenze, così che sia possibile l’assimilazione totale dei modelli di comportamento messi a punto da algoritmi, gestiti da piattaforme informali.

In questi spazi si istituisce lo “spirito” duttile alla “formazione permanente”, alla gestione scientifica dei corpi e delle menti. Nello “strip tease” psichico si introduce il concetto di controllo e di pacificazione sociale.

Innalzate barriere contro le emozioni e tenute lontane le intensità affettive, così che ciascuno viva in un bunker di indifferenza, al riparo delle passioni, desocializzati, ci si ritrova in un acquario sociale linquido, dove il vuoto regna incontrastato. Dalla società liquida (Baumann) alla società del vuoto.

A. Montanaro

 

Image: ‘Discarded Shells’
Discarded Shells
Found on flickrcc.net

La ragione cinica

La ragione cinica

Come Cassandra che predice il peggiore dei mondi possibili, cercando in essi una ragione reattiva contro la caducità, sconfitta quando si scopre che “anche ciò che è stato omesso tesse la tela di ogni futuro”.

Nell’esuberanza della soggettività negativa che nulla nega e tutto accoglie è il rovesciamento reale di un’economia legata alla mera produzione di cose, e al loro semplice, disperato e mortale consumo. Così nei “bisogni definiti” si annidano tumultuose depressioni e crisi angosciose, in una sorta di stato orgiastico dell’umanità cosciente ma ancora minorenne.

Oggi, dopo le grandi rivoluzioni, il fine dell’attività lavorativa è di produrre per vivere, ma quello dell’attività padronale è di produrre per destinare i produttori operai a una spaventosa decadenza.

Mentre nella ricerca della sovranità l’uomo economico afferma la propria negazione, socializzato integrale nel dire sempre di sì, nella sorda ostinazione della piccola arte di arrangiarsi, nella moralità fumosa, egoisticamente frantumato in nuovi cimiteri bellici.

Nelle congiunture favorevoli si smerciano nuovi valori come antidolorifici generali, mentre i rapporti umani fondati sulla relazione reale dei corpi e delle emozioni sono scomparsi. Fuori dal palcoscenico della vita il cinismo si mimetizza nella falsa umanità, precipitando nella trappola delle emozioni costruite.

Si vive di giorno in giorno, di ferie in ferie, di Tg in Tg, di soldi in soldi, di orgasmo in orgasmo… di turbolenze private in scadenze debitorie; in quest’epoca esoterica-pulcellinesca dove il sommerso frantuma la riflessione e la società civile si dissolve in miriadi di individui solitari. Tutti imprigionati nelle caverne tecnologiche dove si proiettano immagini virtuali, credendo che il mondo reale vi sia rappresentato, mentre c’è un abisso tra la realtà e la sua rappresentazione mediatica.

In queste rappresentazioni sottomesse alla doppia censura del potere economico e politico, la realtà è fagocitata, neutralizzata o ignorata. Come nella caverna di Platone, i prigionieri masticano minestre riscaldate dalle fantasie generate dalla propria stessa prigione, disponendo di schermi che li accompagnano permanentemente fino alla morte.

A. Montanaro

Primo maggio e festa del lavoro

Primo maggio e festa del lavoro

Dopo alcuni giorni dalla festa del lavoro, dopo la sbronza post concertone del primo maggio, anche noi momiziani vogliamo dire la nostra su questa giornata a partire da una riflessione sul significato della parola ‘lavoro’. Vogliamo fare un piccolo “gioco di parole” per capire che cosa era il lavoro e che cosa non è più.  Da sempre il concetto di lavoro ha significato qualcosa di faticoso e vitale al tempo stesso.

Nei dialetti del Sud-Italia si usa il verbo travagliare, che rimanda alla fatica dolorosa e creativa del partorire; identico per lo spagnolo trabajo e il francese travail. Diverso ma altrettanto faticoso è il concetto del labor nei dialetti del Nord-Italia. Gli inglesi più a Nord “workano”, faticano cioè con uno strumento (da cui il tedesco Werkzeug per indicare lo strumento da lavoro). Non così semplice è la situazione in Germania; perché se dalle parti di Basilea il lavoro è Schaffen e rimanda al creare, nella zona di Norimberga il lavoro è rigorosamente Arbeit, concetto severissimo che ci spedisce nel cuore della fredda Russia. Questo perché il suffisso di Arbeit (ARBT) è lo stesso per il russo RAB, da cui ha origine la parola rabynya, che significa schiavo, e il verbo lavorare “rabota”. Così tanto a Norimberga quanto in Russia il lavoro è quasi cosa per robot.

E oggi? Le grandi trasformazioni tecnologiche ci consentono di liberare forza lavoro ottenendo guadagni di tempo come mai prima nella storia. La maggior parte dei lavori degradanti può esser svolta da macchine, che al tempo stesso producono ricchezza da distribuire egualmente in tutta la società.

Eppure diversi mesi fa, la moglie di un operaio ILVA, intervistata in merito alle polemiche sull’acciaieria, ha detto che preferirebbe morire di tumore che non di fame. Le persone “impiegate” in Amazon cominciano a denunciare le condizioni disumane cui sono costrette, sino al limite estremo di non poter andare in bagno per mantenere alto il livello di produzione. Certo situazione non diversa per tutti gli “impiegati” di Uber, Foodora, Deliveroo: lavoratori e lavoratrici costretti a guidare o pedalare per chilometri per consegne sottopagate; controllati dall’occhio virtuale di una App che licenzia chi è stanco e offre bonus a chi non sciopera. 

Ma allora cosa non funziona? Perché il progresso tecnico ci rende sempre più schiavi invece di liberarci? Non si crederà mica di risolvere ogni male bloccando la tecnica, congenita con l’uomo?

Fin dai suoi esordi, con la rivoluzione industriale, il capitalismo separa l’aspetto vitale del lavoro inteso come attività (Arendt) da quello produttivo. Generando plusvalore e profitto da parte di chi detiene i mezzi di produzione ed alienazione per lavoratori e lavoratrici (Marx).

Va rifondata una nuova etica del lavoro, a partire da un equo processo di redistribuzione delle ricchezze. Siamo giunti nella paradossale condizione di poterci liberare dall’idea del “lavoro” come unica via faticosa per la realizzazione umana, ma d’altra parte siamo piegati a condizioni lavorative dis-umane. In una delle sue ultime conferenze lo scienziato S. Hawking, scomparso di recente, diceva: ”Se le macchine producono tutto ciò di cui abbiamo bisogno, il risultato dipende da come le cose sono distribuite. Se la ricchezza prodotta dalle macchine sarà distribuita, tutti potranno vivere una vita agiata. Se i proprietari delle macchine premeranno con successo contro la distribuzione della ricchezza, allora molti saranno ridotti alla povertà”.

Enrico Comes

I fiori d’ortica disvelati

I fiori d’ortica disvelati

Si può essere perfidi con sorrisi civettuoli, disgustati, ironicamente egomani…, come nei sogni popolati da piccoli folletti, capaci di scuotere il mondo con parole inaudite. E’ il linguaggio di una generazione incarognita.

I nuovi protagonisti della politica italiana, i 5 stelle, parlano in libertà velando l’orrendo, un grande gesto con il “pathos” di Grillo di repellente sfrontatezza disperata.

Si chiamano fuori (la guerra, la mafia, la merda e tutto il resto sarebbero gli altri a farlo) mentre loro, belli ammutilatini, sanno bene come si ruggisce contro tutti.

Sono adatti all’epopea presente, quella del virtuale dominato da fantasmi, imitatori, soggetti-macchine deragliate. Ognuno di loro potrebbe essere la propria ombra, anziché se stesso, come quella borghesia decadente abbandonata dalla volontà del futuro.

Bisogna essere chiari in modo assoluto: dietro la popolo-crazia si nasconde l’Ur-fascismo che, soprattutto nella sua versione moderna, è disvelamento della distruttività politica nella sua forma più cruda. Bisogna strappare la foglia di fico per non essere assoggettati al dominio di questa nuova idea di politica.

Questo fascismo spettrale è un fenomeno necro-vitalistico che si sviluppa nella cultura sovranista europea ed è animato da figure vampiresche di morti viventi che incutono paure, che si nutrono dello sfruttamento e pianificazione della vita altrui. Come accade nella messa a profitto dell’informazione (v. Facebook e simili), vitamina economica dell’Era virtuale. Insieme a Tv e giornali, tutto viene misurato sull’eccitazione, mentre il cinismo fa da training di arbitrarietà.

Le coscienze si abituano ad accogliere lo scandalo come forma di vita e la catastrofe come musica di fondo.

Chi negherà i vantaggi del sistema? Ci sono sociologhi che armeggiano con passione pagante nelle teorie della modernizzazione, scaricando con risolutezza allegra “il mutamento dei valori” sul conto del progresso.

Progresso che ha portato il capitalismo nella sua fase di consumismo di massa – muovendosi grazie alla seduzione, cioè viziando, istupidendo e letteralmente “bordellizzando” le menti. L’Ur-fascismo moderno non stupra, seduce.

Il consumismo, invece, è seduzione dei magnaccia.

La prostituzione di massa finisce in vetrina, nella interscambiabilità tra cittadini e merce pubblicizzata. Dalla società dello spettacolo di Guy Debord, alla società della pubblicità, cittadini e cittadine sono merce di scambio tra plus-valore e plus…scambio di identità, producendo ricchezza per società di gestione di piattaforme digitali. Oggi viviamo un cinismo in cui nessun fiore del male può sbocciare, una decadenza ai bordi dell’abisso ci attende.

A. Montanato
Image: ‘Social Media Icons Color Splash Montage – Square’
Social Media Icons Color Splash Montage - Square
Found on flickrcc.net

La verità è là fuori

La verità è là fuori

Anticipata l’inaugurazione dei Giardini in città a Monopoli dall’amministrazione uscente di centro destra, che si procura così una passerella elettorale a spese dei cittadini. In politica certe azioni valgono più di mille parole e bisognerebbe tenerne conto per distinguere le chiacchiere dai contenuti. 

In questa bizzarra società abbiamo dimenticato l’importanza delle azioni. Agiamo senza ragionare sulle conseguenze, perché ciò che conta è quello che poi se ne dirà.

Eppure, in barba a chi sostenendo un finto relativismo ritiene che tutto si equivalga, occorre notare che, quanto diciamo per conto di noi stessi, è in realtà una grande narrazione dai caratteri giustificatori. E’ agendo che diamo prova di ciò che siamo.
Principio mai più evidente nel mondo della politica, in cui ormai di parole ce ne sono fin troppe e di fatti sempre più ingiustificabili.

Non fa eccezione neanche la politica a Monopoli, specie in questi mesi di aperta campagna elettorale, che vede il candidato di centro sinistra (Contento) opporsi al candidato di centro destra (Annese).

Certo, le parole durante una campagna elettorale sono fondamentali. Ma come si distinguono le chiacchiere dai contenuti ragionati? I progetti reali dalle promesse illusorie? E’ poi così vero che tutte le parole sono uguali tanto destra quanto a sinistra?

La risposta sta nei piccoli gesti che seguono a queste parole. Ad esempio risulta alquanto strano che, lo scorso sabato 28/04, l’amministrazione uscente (di centro destra) abbia anticipato l’inaugurazione di un evento (I Giardini in Città) che solitamente si svolge tra Giugno e Luglio.

Inutile dire che tale serata è diventata momento di passerella per tutta la coalizione di centro destra che, con sorrisi e strette di mano, girovagava tra le istallazioni di aree verdi artificiali (queste sì realmente favolose) organizzate dai vivai locali. Gli stessi a cui, peraltro, questa amministrazione ha affidato la manutenzione delle rotatorie urbane e la cura di alcune aree verdi pubbliche ma che sfortunatamente non vedono la loro attività remunerata già da tempo.

Insomma, proprio non riusciamo a capire come mai un evento cittadino, reso cioè possibile anche con il contributo dei cittadini, sia stato utilizzato per fini politici.

Fatti che contrariamente alle parole, mostrano la reale differenza fra i due schieramenti politici in corsa per le prossime amministrative.

E.Comes

Vai alla barra degli strumenti