Il grande gioco

Il grande gioco

L’infinita pandemia ha tolto il velo al grande gioco che molte nazioni praticano.

A partire dai potenti come Trump e la guerra interna contro gli afroamericani portata avanti da lui personalmente con suprematisti bianchi e settori della polizia a prodigarsi.

Si accodano altri satrapi come Lucashenko che ruba le elezioni in Bielorussia, scatenando una dura repressione poliziesca contro cittadini e cittadine che protestano.

Mentre Putin con scaltrezza si disfa dei suoi avversari usando micidiali veleni; l’ultimo a pagare è stato Navalyj, avvocato che lottava contro la corruzione ed ora lotta contro il veleno putiniano.

Non si dimentichi Erdogan, che mentre ricatta l’Europa conduce una feroce repressione interna, mentre nel Mediterraneo attua una strategia che potrebbe scatenare una guerra con la Grecia.

Molte trame si stanno srotolando nel mondo. Sembra che il virus sia l’avanguardia di una immensa catastrofe. Molti attori si allenano per il “Mad-man” mondiale, ma questa volta non sarà un lancio pubblicitario.

Se, dopo Auschwitz-Hiroscima, è la fine della poesia (Adorno), l’attualità ci ricorda anni bui del passato.

Così, nel paese del “noi-altri”, l’italietta in campagna elettorale permanente, con un movimento che si proclama né di destra né di sinistra ma “del popolo”, due partiti diversi e lontani governano sul nulla a partire da un bidone come il contratto di governo.

Mentre l’odio che penetra nel discorso politico (Salvini-Meloni) fa demagogia presentando la gestione degli immigrati come se fosse tutto il male possibile.

Il capitale finanziario del neo-liberismo è come i pensieri della mente di un ruffiano nel corpo dell’umanità. Non possiamo più affidarci ai politici che sono come gli adoratori di Brantôme.

Per ricostruire un mondo nuovo serve una immensa moltitudine umana che spazzi via tutti i satrapi e i loro alleati, che con un sistema di potere virale (questo sì contagioso) ci stanno portando verso l’abisso del ’33.

A. Montanaro

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Vox clamans in deserto

Vox clamans in deserto

Ci vuole una vita per l’esperienza e la conoscenza, e una vita per viverle. Ma come fare per liberarsi da quella galera che è l’ordine sociale, come andarsene da una vita che non si riesce a vivere?

Ibridando le vite e i corpi in maniera cosmopolita, appropriandosi della mobilità globale e mescolando le identità culturali, quelle che nel secolo scorso definirono “razze” con un errore che si rivelò catastrofico per la nostra specie. Costruire una nuova umanità è possibile, ma solo opponendosi al processo di “razzializzazione” che costantemente cova sotto la cenere, alimentato dalle nostre stesse paure e agitatori di odio. Non esistono le razze, ma un’unica specie umana.

La meccanica del potere funziona anche così, disarticolando i corpi e ricomponendoli secondo opposizioni gerarchiche. Una “anatomia politica” indotta che funziona finché ci crediamo. Mentre la prostituzione catodica – nella rinnovata modalità digitale – non riesce ad evitare il vomito degli spettatori.

Nei rifugi dei lotofagi una consistente umanità bivacca in attesa che il vento della libertà la liberi.

Il “secolo breve” si è chiuso rifluendo verso mondi di stabilità reazionaria. Una caduta nell’ideologia della disperazione che sfocia in indefinita catastrofe della vita e del suo stesso significato. Con la scomparsa delle fabbriche il lavoro – inteso come estrazione di plus-valore dalla forza lavoro – è dappertutto e tende a coincidere col tempo di vita.

Per non subire la violenza del liberismo ci rifugiamo nel deserto e risaliamo i monti, per fare resistenza e vedere lontano.

Con l’inizio del solstizio dell’epidemia e l’arrivo di tanti soldi dalle istituzioni europee entriamo in un interregno dove il potere è dei sodalizi interessati alla gestione di questa ricchezza.

La pandemia produrrà una violenta e lunga lotta sociale in cui una moltitudine rovescerà l’ordine finanziario e globalizzato. Non saranno certamente i mainstream intossicati da sostanze filosofiche post-mondane, quelli che ancora insistono nel chiamarsi di sinistra, a formare l’onda che travolgerà l’ordine esistente, sconfiggendolo.

Mentre il pensiero va al Pêre-lachaise, cimitero dove furono fucilati i comunardi, per ricominciare la liberazione dalla fatica che uccide.

A. Montanaro

Image: ‘To boldly go where no man has gone before.‘ 
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Finto progresso

Finto progresso

Quel che ci viene presentato come progresso, in realtà è una marcia verso il nulla. “Come Parrasio dipinse la tenda per nascondere il nulla”, così è la politica delle illusioni, dove le finzioni nascondono la realtà e noi siamo come passeggeri ciechi.

I saperi stati concentrati nelle reti di aziende come Google, che per anni hanno digitalizzato intere biblioteche e collezioni pubbliche per far pagare l’accesso a quello che in precedenza era disponibile gratuitamente.

Molte multinazionali hanno fatto lo stesso percorso in tutti i settori. In molti paesi – dall’Africa all’India – l’agricoltura di sussistenza che ha nutrito per secoli esseri umani e animali è diventata impraticabile perché i semi tradizionalmente usati sono stati via via forzatamente sostituiti da quelli brevettati, apparentemente più produttivi ma in realtà più deboli, più attaccabili dalle malattie, e più bisognosi di concimi chimici. Le terre sono accentrate nelle mani di pochi ed anche l’acqua, la risorsa più difficile da imbrigliare, viene convogliata verso i bisogni dell’agrobusinness.

Protette dalle organizzazioni internazionali – Fondo monetario internazionale e Banca mondiale – e dalle teorie liberiste, le multinazionali hanno strozzato molti paesi. Un’anomalia messa in evidenza dagli asset posseduti nei paradisi fiscali.

Mentre la libertà si rimpicciolisce come la pelle di zigrino. Siamo sottoposti a controlli di ogni tipo, in una società tracciata e archiviata. Lo siamo con i nostri telefonini, al computer, con le telecamere di sorveglianza che hanno invaso lo spazio pubblico e privato, con la domotica interconessa tipo Alexa, con gli orologi digitali: soggetti che si trasformano in spie di se stessi. Nessun regime totalitario avrebbe mai potuto sperare di meglio.

Tutte le informazioni si trovano agglutinate dentro una nuvola, come una cassaforte dove mettiamo i nostri corpi e i beni per offrirli a chi ci deruba.

Nel mondo del web non si nasconde più il progetto di realizzare il post-umano e superare una volta per tutte la vecchia fissazione che è l’uomo.

Ogni clic sul pianeta è una moneta d’oro nel loro borsellino. Si adescano ricercatori, scienziati, ingegneri informatici, biologi, specialiste dell’intelligenza artificiale. Un capitale rappresentato da una banca dati gigantesca.

Una chimera di unione del corpo biologico con la carne digitale. Queste imprese di controllo non sono ovviamente presentate come tali, perché un potere così cinico e totale finirebbe per creare resistenze. Sono invece presentate come segnali di progresso, come un’era di modernità. Chi si oppone viene immediatamente stigmatizzato come persona di vecchio stampo, retrograda, conservatrice e reazionaria.

Un’Europa che galleggia come quel corpo umano alla deriva nel mediterraneo, che nessuno vuole recuperare per dargli degna sepoltura, ha visto vincere gli odiatori, variazione della pulsione di morte, passione triste per eccellenza. L’odio di vedere scomparire gli altri e vivere di sola negazione. A condurre le danze sono i leader sovranisti che si annidano nei liquami europei, dove depongono le uova dei cervelli rettili per un’epoca dell’odio.

A. Montanaro.

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Futuro nebuloso

Futuro nebuloso

La disuguaglianza non è economica o tecnologica, ma ideologia e politica.

Bisogna partire dal mercato per capire che i discorsi dei liberisti sono tutti finalizzati a dimostrare la “naturalezza” delle disuguaglianze. Paghiamo un prezzo altissimo per il fatto che il post-comunismo (nella sua declinazione russa o cinese) sia diventato il migliore alleato dell’iper-capitalismo, in grado di creare nuovi cliché dopo la pandemia.

Oppure, vivere da morti viventi per l’assenza di cambiamento annunciata dagli Stati generali. In attesa di spartirsi il “bottino” in arrivo dall’Europa si fanno avanti in molti, a partire dalla Confindustria, testa di ponte seguita da altre associazioni, fino alle varie “mafie” e clan di malaffare.

Questa spartizione servirà come in passato per operazioni finanziarie fittizie, che andranno ad alimentare le agenzie dei capitali per gli alti profitti. Si sposta il debito verso il futuro, sulle prossime generazioni, per dire che coloro che non faticano nel presente devono essere pronti a faticare in futuro.

Prendiamo i soldi per i nostri capitalisti e affini, mentre diamo qualche mancia ai lavoratori per migliorare la loro formazione (sic): ecco il paradosso del finanziamento europeo. Si usano i soldi come mezzo per ottenere consensi, quindi per esercitare potere politico e controllarne i soggetti. È come intraprendere la via di “Black mirror”, un vissuto di realtà a punteggi e valutazioni per accedere a un credito sociale.

Mentre nel nebuloso futuro si intravvede la serie di Blade runner, come ipotesi del dopo-virus. Ipotesi di un prezzo da pagare nella scomparsa dei fatti; volontariamente manipolati e cambiati retro-attivamente, eventi e persone diventano non-eventi e non-persone.

Bloccando e deragliano il treno della storia. Nell’attesa di beniamino, l’asino di Orwell, per salvare l’ultima umanità.

A. Montanaro

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Fine del governo di Maastricht

Fine del governo di Maastricht

Se Enea sfruttava il cadavere di Polidoro per addobbare l’altare della sua città, nell’era del fallimento leghista in Lombardia, nel vago fetore delle stragi virali vengono meno le politiche ne hanno fatto la fortuna: il nemico inventato, il bisogno di un avversario. Non importa chi sia perché in ogni caso può essere cambiato in corso d’opera e in base agli interessi del momento. Meridionali, rom, albanesi, migranti … chi era nemico ieri può improvvisamente tornare ad esserlo oggi, secondo i mutamenti di alleanza o interessi di partito. Quel che importa è avere un capro espiatorio in grado di raccogliere su di sé tutto l’odio, il risentimento e le passioni tristi.

Fine del pensiero magico e la fine del governo di Maastricht. Si può dire che il re è nudo, oggi, con il virus declinante e una speranza di farla finita con una delle pagine più aberranti dell’economia neo-liberista, quella che assegna al mercato la facoltà di limitare i diritti sociali e democratici. Siamo sempre nel fossato della disperazione di Geremia, con la disfatta della politica senza slancio, concentrata su un presente senza domani (solo Prometeo guardava al futuro). Dove l’irresponsabilità della mancanza di risposte alle generazioni future aumenta l’impotenza.

Negli istanti inabitabili, non riusciamo a soffermarci nel tempo che sembra già esaurito prima ancora di essere vissuto.

Nella selvaggia economia del tempo il capitalismo avanzato ci costringe in una libertà costrittiva, un ingranaggio malefico che vampirizza il tempo. A detronizzarci, nell’era dell’antropocene è un virus uscito dalle maceria della nostra irresponsabilità, che ha paralizzato l’intera civiltà tecnologia, disvelando la nostra estrema vulnerabilità, che ha messo a nudo la xenofobia e la exofobia, le nostre paure ancestrali per i danni collaterali dell’ignoto.

Il virus come “genio maligno dell’alterità” (Baudrillard). L’applicazione dell’apartheid sociale in cui tutto viene censurato. In questo protagonismo virale, lo spazio viene occupato da esperti e scienziati, spariti i partiti e i movimento politici, si afferma il partito scientista dello Stato medicalizzato.

Il pericolo viene se l’esperto fa come il timoniere di Agamennone, che riportò a casa il suo padrone per vederselo uccidere. Nella chiusura immunitaria cittadini e cittadine vivono una passività disgregante e de-politicizzata. Così il noi si sottomette all’emergenza dei decreti.

Mentre si assiste alla morte del significante per assicurarsi la scomparsa del significato.

A. Montanaro

Immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/Bacillariophyceae#/media/File:Diatoms_through_the_microscope.jpg

Il dopo prima

Il dopo prima

Il ritorno alla normalità, oppure un non ritorno?

Maggio mese chiave per fare la conta dei sopravvissuti al Covid-19, per ritrovare quello che c’era prima, cioè le politiche neoliberali di smantellamento dei servizi pubblici che hanno prodotto la catastrofe in Lombardia e dintorni.

L’epidemia ha evidenziato che non colpisce allo stesso modo tutte le categorie della popolazione e che i rischi sono maggiori per le persone anziane, povere, con lo stato di salute più fragile, quelle che fanno i lavori più duri e precari.

Il confinamento non è stato solo sanitario, ma sociale, e non per tutti allo stesso modo. Molti hanno continuato a lavorare, dentro e fuori casa. La quarantena ha evidenziato la struttura di classe della società: il confinamento di chi abita in case con giardino o grandi appartamenti è diverso da quello di chi abita in pochi metri quadri.

Il confinamento ha reso più fragili coloro che vivono di “lavoro informale”, chi non ha un contratto, chi è privo o priva di aiuto sociale o sussidio di disoccupazione.

In questo momento bisogna riflettere perché da molti anni l’opinione dei cittadini si è rivolta con favore verso l’estrema destra di Salvini e Meloni, protagonisti di messaggi di odio. In questo slittamento bisogna riconoscere gli errori di quella che si definisce sinistra che ha abbandonato le classi popolari dei lavoratori per abbracciare l’idea neoliberale.

Qui bisogna ritornare a lottare contro l’ingiustizia sociale, contro la precarizzazione, la violenza economica e sociale. Bisogna trarre insegnamento dalla crisi che ci attende. Oggi è urgente difendere la sanità, i trasporti, l’educazione, la cultura, la ricerca, e difendere i meccanismi di protezione sociale e solidale della collettività.

È tutto un sistema politico da ricostruire e reinventare, lottare per una trasformazione sociale e radicale, che privilegi la giustizia sociale.

Lo dobbiamo fare per onorare i tanti morti che il Covi-19 si è portato via.

A. Montanaro

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