Paure!

Paure!

Il vuoto è la metafora dell’ultima antropologia italiana. Sembriamo fantasmi, esseri polmonitici in cerca di un castello per nasconderci. Si arruffano ordinanze e protocolli, va in scena il caos mediatico con il sacerdote Burioni, interprete di Gotham City versione Molise, a far da bastione contro gli untori.

Una civiltà allo stremo, dove il rimedio e quivale al danno, paese panico con procurato allarme, lo spettacolo dell’esistenza andata in malora e tutto diventa retrovirus.

Regna un festoso senso di naufragio, nel senso di tutti chiusi dentro e fuori il vuoto, mentre facciamo del trauma lo stile di vita. Realismo desolante di una comunità nazionale in esaurimento da stress.

Le paure alimentate dall’enfasi delle false notizie, un popolo disaggregato nella discordia come principio di unità, l’entropia dei bollettini presidenziali, ospedalieri giornalistici: è una logica collassata davanti all’inerzia dei protagonisti della politica nazionale di fronte al contagio pandemico globale. Chiudere tutto in un’economia di congelamento è stata una risposta surreale alla pandemia, surreale non per quanto è stato fatto ora, ma per quanto non è stato fatto prima, perché non abbiamo imparato niente dalle precedenti epidemie. Il lato grottesco della paura virale è il vero virus.

Si accelera l’informazione con continui slittamenti ad alta energia linguistica, una marea montante di chiacchericcio senza informazione scientifica, quasi una guerra linguistica promozionale della paura. Una cittadinanza nevrotizzata, confusa, impoverita di speranze, sovranizzata da menzogne di leghisti e soci, nelle pulsioni più viscerali, ipnotizzata nella paura del migrante portatore di tutti i mali, si trova smarrita e nel panico per il contagio che arriva da altrove. Ma il paese è già contagiato, dalla paura.

Una Repubblica unificata dalla paura, il sovranismo psichico come stato di patologia avanzata, ha un suo retrovirus nell’assenza di istituzionalità dei politici.

L’entropia regna ovunque, l’incubo di non credere più in se stessi è la vera pandemia, una malattia sociale profonda che fa fiorire un caos di patologie congenite sottovuoto.

La filosofia emergenziale, con il richiamo alla paura, con l’idea che il mondo di fuori è un mondo di pericolo e di morte, per cui è meglio alzare i muri e isolare intere cittadine con l’illusione di fermare il contagio nella nemesi della globalizzazione è pura idiozia.

Angelo Montanaro

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Primo Moroni, la libreria Calusca e il circuito delle librerie alternative

Primo Moroni, la libreria Calusca e il circuito delle librerie alternative

“Antropologo della città, libraio del movimento, crocevia delle più varie anime della rivolta, scientifico ballerino della vita”. E’ Primo Moroni, ricordato da Impunita che oggi, nel ventennale della morte, rende disponibile questa intervista del 1987 aprendo una serie di pubblicazione di documenti dal preziosissimo archivio, che è stato riordinato e reso disponibile online dai compagni e dalle compagne del Cox18.

Alla Libreria Calusca di Primo Moroni portavamo i nostri documenti e ci rifornivamo di libri anche noi della libreria del Circolo culturale Mauro Larghi e del Centro documentazione Puglia, a Monopoli. Ci ha fatto piacere ritrovarci nella nell’intervista a Primo:

“è stato un fortissimo luogo di comunicazione, una specie di porto franco, in cui si attutivano le differenze e si scambiava molta comunicazione. Ha avuto una serie di collegamenti di tipo nazionale con tutti i centri di documentazione, da quello di Pistoia a quello di Lucca, a quello di Trento, tutti questi materiali venivano veicolati e circolavano in un tessuto di rete fuori da quello ufficiale, con una massa di informazioni. Sono nate su questo modello altre 60 librerie sparse per l’Italia. A Monopoli come a Palermo, a Padova come a Terni, a Torino come a Genova, in una rete che veniva chiamata “Circuito di distribuzione Punti Rossi”. Ogni luogo era indipendente ma erano uniti da un modello, da un percorso, da uno scambio continuo di arricchimento e di socializzazione, cioè chi sapeva di più dava di più agli altri. Si organizzava un convegno all’anno molto ricco, a cui partecipavano tutte le riviste. […] Le riviste trovavano il luogo privilegiato di diffusione in queste librerie, le librerie creavano un circuito di distribuzione parallelo alla grande distribuzione commerciale, o anche a quella media, e in questa struttura di rete si formavano luoghi di incontro e comunicazione che attutivano le differenze e creavano ricchezza. È anche una libreria classica, nel senso che c’è l’editoria classica delle donne, o dei grandi editori, e deve reggere il confronto anche con una buona libreria democratica borghese, come qualità, aveva allora però in più la caratteristica di avere tutte le riviste autoprodotte, ed oggi tutte le fanzine prodotte dalle nuove aggregazioni metropolitane. L’area punk, l’area dark, i dischi, le magliette, le fanzine, le fans magazine, ce ne sono circa 600 in Italia.

Leggi l’intervista integrale


Abbiamo raccontato lstoria del Circolo Mauro Larghi, e quella del collettivo ArcaGam, nel libro “Underground nei cieli del sud”, scaricabile dal nostro sito.

In Archivio storico abbiamo pubblicato i documenti d’archivio.

La fabbrica dell’odio

La fabbrica dell’odio

Si sono rotti gli argini democratici permettendo ad un’onda suprematista di invadere gli spazi urbani con aggressioni, minacce e svastiche in molte località cittadine. In un paese indebolito dalla politica in un mare infinito di disuguaglianze, sguazza l’estrema destra. Che usa questi simboli come messaggi unificanti di una rete suprematista internazionale che dagli USA all’Europa incita a colpire ebrei e immigrati, e che punta ai lupi solitari e ai piccoli gruppi per indurli a compiere azioni dimostrative.

Il sistema organizzativo è simile a quello dei terroristi: aggregare schegge in tutto il mondo.

I manifesti della guerra razziale dell’ideologo James Mason, autore dei testi a cui si ispira la rete neonazista negli USA e in Europa, viaggiano sui social e nelle chat.

Il gruppo più agguerrito a livello globale si chiama Atomwaffen, nel nostro paese fanno riferimento a “sole nero” e “meridiano zero“. Usano codici rudimentali, semplici, evocativi del non-linguaggio privo di valori.

In parallelo il fenomeno viene quotidianamente alimentato dai quotidiani di destra che nei corsivi insultano immigranti e meridionali (vedi Feltri).

Questa strategia non è nuova, si aggancia alle predicazioni leghiste degli anni passati. Fu Bossi che incitava contro contro i meridionali che avevano invaso il Nord, seguiva Salvini “giovane” che da Radio Padania aizzava contro albanesi, napoletani e Rom. Un continuo spostamento di baricentro per fomentare i cittadini verso la secessione delle regioni del nord. Senza dimenticare Calderoli con maialino e maglietta contro l’islam (lui fu costretto a dimettersi da ministro e però ci furono morti in Libia per causa sua). Un altro campione del razzismo fu Borghezio, che viaggiava sui treni munito di disinfettante da usare contro i passeggeri extracomunitari. Oggi siedono entrambi in Parlamento, continuando con la politica razzista e sovranista.

Oggi una tempesta si avvicina e non bisogna dimenticare chi soffiava quei venti nel recente passato. Che gli inquirenti aprano finalmente l’occhio destro.

Ora finalmente Salvini va a processo per aver sequestrato naufraghi sulle navi della Marina militare, nel ruolo da Ministro dell’interno dello sciagurato governo Lega-5S, coi cinquestelle complici dei decreti sicurezza. Ma sul banco degli imputati dovrebbero sede in sua compagnia anche altre figure e complici.

L’onda nera che sta montando in Europa bisogna fermarla con urgenza e con le leggi che sono in vigore, prima che sia troppo tardi.

A. Montanaro

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Mondo precario

Mondo precario

La cinica casta di banchieri globalizzatori e cosmopoliti, agendo nel sistema dei bisogni de-eticizzato in fase di assolutizzazione, non può accettare la dimensione proletaria del lavoro garantito, della coscienza conflittuale e dell’organizzazione sociale.

In questo la “global class” neo-feudale si compatta per risaldare il proprio dominio e spezzare le capacità dei cittadini di opporsi, che ridotti alla passività subiscono in silenzio la flessibilizzazione del lavoro e della precarizzazione della vita.

In tal senso si diventa uomini e donne vacui, senza comunità, senza coscienza storica, senza identità storica e senza memoria.
I vincitori (per ora) liberisti della finanza, nel quadro dell’accumulazione flessibile, hanno prodotto l’abbandono delle risposte ai bisogni primari da parte della politica, e con essa l’abbandono delle stesse libertà politiche, della cittadinanza di uomini e donne liberi, fondamentale per il diritto ad avere diritti.

In questo quadro i cittadini sono condannati al nomadismo e alla flessibilizzazione destabilizzante per l’intero arco della vita.

Dissolti come classe, i lavoratori e le lavoratrici tendono oggi a essere una nuova classe in sè e non per sè, la classe del precariato. Così l’umanità pensante è riassorbita nell’umanità sofferente (migranti), secondo la profezia marxiana riguardante la proletarizzazione della società.

Le parole dette da Marcuse in tempi lontani “la storia è sempre la storia del dominio, e la logica del pensiero rimane la logica del dominio” è oggi più attuale che mai.

Rovesciando il monito di Marcuse, avanza il dogma di Von Hayek: “il concetto di giustizia sociale è necessariamente vuoto e privo di significato”.
Così si afferma nell’arena mondiale spoliticizzata l’ordine delle deregolalizzazione in tutti i campi. In questo nuovo modello di società avanza il nuovo clero giornalistico del circo mediatico post-moderno, composto da opinionisti nichilisti e prezzolati, in cerca di visibilità e, soprattutto di quattrini.

L’altro cantore del teorema dell’end of history (Fukuyama): “possiamo anche immaginarci un domani molto peggiore di oggi”.

In questa cornice, grazie alla neo-lingua amministrata dal clero al servizio dell’oligarchia finanziaria, le sole pene apertamente riconosciute sono le “sofferenze bancarie” da sanare mediante l’usuale prassi della socializzazione delle perdite sulle spalle dei cittadini, e delle privatizzazioni dei guadagni a beneficio dell’elite liberista.

In questo contesto oggi i precari sono flessibilizzati in una immensa plebe post-moderna e migrante composta da centraliniste-sti e ricercatori, operai e badanti, stagisti e rider, braccianti nel caporalato, figure sradicate e distanti tra loro, uniti nell’esclusione della cittadinanza.

E’ questa massa a subire sulla propia carne viva le conseguenze della precarietà mondiale.

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New economy e femminilizzazione del lavoro

New economy e femminilizzazione del lavoro

Dopo il tramonto del vecchio welfare conquistato dai lavoratori nel secolo scorso, nel mondo nuovo il sistema del capitalismo liquido e finanziario della new economy sia la classe borghese che la proletaria sono cadute in un vortice, a costituire la nuova classe del precariato: una moltitudine di persone sradicate, costrette al nomadismo nell’open space del mercato de-regolamentato.

Un precariato esistenziale, un nuovo paradigma che non tollera nessuna stabilità, nessuna etica comunitaria.

La nuova classe dominante, composta da un’aristocrazia finanziaria apolide, sta distruggendo uno dopo l’altro i fondamenti della coesione sociale, i diritti conquistati da lavoratori e lavoratrici, dalle garanzie lavorative ai diritti sociali e di cittadinanza.

Oggi nella solitudine delle coscienze una massa amorfa vive da schiavi che, senza sapere di esserlo, vivono come un destino naturale la propria vita. Inoltre la flessibilità di lavoratori e lavoratrici si accompagna ad uno specifico processo, etichettato come una inedita ‘femminilizzazione del lavoro‘.

Significa che i tratti caratteristici del lavoro storicamente esercitato dalle donne, cioè il lavoro di cura e il lavoro riproduttivo, sono estesi all’intero mondo produttivo. Il lavoro riproduttivo è socialmente invisibile e svalorizzato, si esplica in un tempo senza soluzione di continuità tra lavoro e non lavoro, ha a che fare con mansioni considerate umili e ripetitive. Nonostante richieda complesse competenze relazionali, esse non sono riconosciute o sono percepite come “connaturate” alla femminilità: ascoltare, accogliere, preoccuparsi dei bisogni altrui. Manifestarsi disponibili, accondiscendenti, flessibili, essere sempre a disposizione h 24 ed accettare stipendi bassi sono altrettante “qualità” richieste nel mondo del lavoro precario. L’obbligo dei doppi e tripli turni e l’incessante sovrapposizione tra tempo di lavoro e tempo di vita sono cifre della accumulazione capitalistica odierna, nel segno della precarietà.

Femminilizzazione del lavoro significa anche che man mano che le donne entrano in campi professionali tradizionalmente maschili, il valore economico di quella professione diminuisce e, in generale, ne diminuisce il prestigio (così è avvenuto, per esempio, in medicina).

L’integralismo liberista ha prodotto la femminilizzazione della società non nel senso della emancipazione femminile, ma nel senso della riduzione dei diritti per tutti. Invece di alzare il livello remunerativo e di diritti per le donne, si abbassano per tutti. Tipica del nuovo “zeitgeist” è l’esaltazione di quei tratti femminili per come essi sono stati codificati dal dominio maschile (Bordieu). Per questo nell’accumulazione flessibile carattrizzata dal “divenire donna del lavoro” (Deleuze), alla differenziazione storica tra uomini e donne tende a sostituirsi un nuovo profilo: quello dell’ ‘io’ globale, un individuo unisex che vende forza lavoro e acquista merci usa-e-getta, che diventano genericamente femminili o maschili a seconda delle esigenze dell’economia.

A. Montanaro

Sanremo e i cantonti

Sanremo e i cantonti

Festival di Sanremo. Sono un uomo e sono contrario allo sdoganamento di “cantonti” che, con il benestare dei discografici, propagano messaggi cruenti e violenti contro le donne per fini commerciali (coprendosi la faccia). Non dovrebbero bastarci le scuse e l’affermazione che, in nome del successo, quella canzone scritta tre anni fa è acqua passata.

Il signor quizzarolo Amadeus, direttore del Festival (benché, stando alla cronaca, non sia un grande esperto in campo musicale), anche lui si scusa per quella frase sulle donne brave perché sanno stare un passo indietro al marito o compagno famoso. Dice di essere stato frainteso, che lui è buono, ama e rispetta le donne, si sente libero di dire “bellissima” a tutte, e dichiara di non contare nulla in famiglia. Ma poi, nascondendosi dietro le regole dell’organizzazione non respinge quel cantonto di cui mi rifiuto di fare il nome.

Bravo signor Amadeus! Immagino che lei sappia che la potenza della musica incide sulla coscienza delle persone e soprattutto sui giovani in cui si sta ancora formando il senso critico. Davvero bisogna dare a certi cantonti la possibilità di essere dei maestri (culturalmente cantando) di vita?

Alcune cantonti, purtroppo donne, dichiarano che l’arte non va censurata mai, anche quando inneggia alla violenza e allo stupro. Ma quindi, per esempio, chi oggi usa la musica per inneggiare all’odio razzista e allo sterminio di altri esseri umani, domani potrebbe trovarsi aperte le porte del Festival di Sanremo?

Cantiamo e balliamo, anche questo è il Festival della canzone italiana… olè!

V. Dileo

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