Dis-velamento

Dis-velamento

Con la relazione della crescita del consumo, cioè facciamo alle nostre responsabilità, nella grande prigione ci chiudiamo dentro, morti e malati, nel confinamento una folgorante azione umana, sigillati nelle case come grotte moderne, con la paura del vuoto. Si pensava di aver respinto l’ignoto, che invece ora torna a rivendicare i suoi diritti. Ci affacciamo a scrutare il vuoto urbano, ciascuno dalla propria finestra o balcone, colpevoli di aver ucciso il pianeta e l’inabitato ci rinfaccia la nostra colpevolezza. Siamo isolati nell’emotività sociale e la mancanza di ethos ci costringe nella perdita dell’identità.

Autistici come nella nave dei folli, per le Sirene carnivore della politica che vendono paure e mediocrità con l’esercizio di un potere disciplinare, riconosciuto lecito perché necessario ma senza sapere l’uso che si intende farne in futuro. L’eccezionalità avrà un termine oppure sarà usato come ha fatto Orban in Ungheria, “omaggiato” dai neofascisti di casa nostra Salvini e Meloni. Assegnandosi ai pieni poteri che il Papeetista volle per se stesso in una calda estate. 

Sarà lo Stato d’eccezione a disegnare l’autoritarismo dentro una falsa cornice democratica. L’Europa sarà capace di sanzionare l’Ungheria e il suo capo di Stato, oppure continuerà sulla strada della contabilità con i suoi funzionari a limare fino al centesimo i bilanci per placare qualche olandese o qualche revisore tedesco? Mentre si avvistano i primi avvoltoi pronti a scarnificare le vittime economiche del dopo virus.

Ne esce malconcio il mantra della sanità privata più efficiente, che da anni ha guidato lo smantellamento di quella pubblica. Siamo stati vittime delle direttive neo-liberiste che hanno insistito sulla riduzione dello stato sociale. 

L’istruzione e la sanità non possono essere gestite come aziende che funzionano per cicli produttivi. Questa visione finanziaria ha prodotto il disastro che stiamo vivendo. 

Come anche la delocalizzazione sta svelando la miopia della politica industriale: basta notare la mancanza di mascherine. L’Europa dei banchieri e dei tecnocrati ha massacrato gli autentici ideali europei, praticando il darwinismo sociale. 

Oggi viene dis-velata la narrazione contro i cosiddetti buonisti, quelli delle ONG. Oggi è un pietire aiuto, oggi siamo tutti santi perché stiamo per morire. Ci chiama l’inferno, dopo aver assecondato un sistema finanziario che ha dissanguato ogni genere umano.

Dopo anni di propaganda contro lo Stato, adesso i leghisti richiedono gli aiuti di Stato. Non si insiste più contro gli sbarchi e i Rom, “prima gli italiani” non ha più attrattiva. Dopo aver generato il caos per dare una spallata alla democrazia, l’incubo leghista si inabissa lentamente verso l’oblio.


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25 aprile 2020. La Memoria non va in quarantena

Oggi non potremo andare in piazza per il rito laico che ci accomuna, il rito che da 75 anni rinnova e consolida la comunità antifascista in tutte le città e i paesi d’Italia. Se il rito è la comunità in azione (Durkheim), il 25 aprile resta ancora oggi quell’unità di tempo e luogo in cui le soggettività politiche democratiche si ricompongono nella messa in azione dei propri simboli e in cui la memoria si manifesta come urgenza di azione nel presente. Il 25 aprile è il giorno in cui la babele antifascista sembra parlare con una sola lingua. 

Milano è la città dove più forte è il senso e la partecipazione collettiva nel giorno in cui celebriamo la sconfitta del nazi-fascismo, la fine della dittatura, lo schiudersi della possibilità democratica e dell’utopia. Sono proprio la dimensione del possibile e dell’utopia a spingerci fuori, annodando per un giorno insieme la memoria, il presente, il futuro.

E’ anche il giorno in cui le tante voci spesso dissonanti della sinistra si uniscono a formare un coro. Dico “la sinistra” pur consapevole che la Resistenza è stata comunista, socialista, repubblicana, liberale e cattolica, e che è stata anche la resistenza civile di tante donne e uomini senza bandiera. Ma alle sue radici l’antifascismo è rosso, e tra le famiglie politiche è stata soprattutto quella di sinistra a tramandarne la memoria. Ma comunque, se dico 25 aprile dico “sinistra” perché la sinistra è casa mia, perché vivo con sofferenza la parcellizzazione senza fine delle sinistre in un presente in cui il gioco democratico ha preso regole del tutto diverse da quelle che avrebbero potuto immaginare le partigiane e i partigiani.

Il 25 aprile, e solo il 25 aprile, è il giorno in cui andiamo in piazza e ci incontriamo. Non solo le più militanti, ma tutte e tutti! Il 25 aprile è il giorno in cui ti rivedi dopo un anno, o dopo anni, in cui riannodi i fili delle vite che nel frattempo si erano dispersi, in cui ti scopri più vecchia guardando il volto invecchiato delle persone che ritrovi. Siamo qui, ci siamo ancora, abbiamo qualcosa in comune che è un’idea – un ideale – di come stare insieme, formando una comunità: questo siamo il 25 aprile.

Non che sia una convivenza a-conflittuale, tutt’altro. Il 25 aprile è anche il luogo della contestazione, delle polemiche, del fare a gara tra gli spezzoni per la posizione nel corteo. Il giorno in cui magari anche ritrovi persone che non hai più il piacere di incontrare: perché l’amicizia si è rotta, perché le strade si sono separate, perché la storia d’amore è finita. Allora ti giri di spalle, guardi altrove, e dovunque ti giri trovi altri, diversi e simili. Siamo comunque dentro allo stesso fiume di vite che scorre lungo le arterie della città trasformandone il volto e questo porta gioia, di per sé.

La politica unisce in quanto divide, e viceversa: la politica divide in quanto unisce. E la politica è dappertutto, è nelle relazioni e nelle scelte quotidiane, nelle parole che usiamo, negli atteggiamenti, nelle lotte di ogni giorno. Il 25 aprile è la sintesi perfetta di questo ossimoro. Il 25 aprile è divisivo? Certo. Ci unisce? Sì. E’ la manifestazione visibile della scelta di parte che ciascuno e ciascuna di noi fa, o tenta di fare, ogni giorno. Il bello è che ognuno la fa a modo suo!

Quest’anno non potremo andare in piazza. Allora vado a recuperare le foto scattate nelle manifestazioni degli anni passati. Memoria è anche questo: non solo la dimensione storica e collettiva ma anche quella personale

Ritrovo questo filmato fatto per momi-z nel 2015. C’è dentro la cronaca, le parole d’ordine di quel momento.  Molte cose sono cambiate, altre sono rimaste. Alcune amicizie si sono rotte, altre si sono consolidate, alte ancora si sono allentate. Alcune persone che ho fotografato le avrei conosciute in quello che allora era il futuro. L’Europa è ancora è sempre più una fortezza: non siamo riuscite e riusciti ad abbattere il muro e migliaia di persone sono morte e continuano a morire nel mar Mediterraneo. Un’atrocità che i nostri cortei non scalfiscono. Expo è passato, il suolo è stato mangiato, l’area non torna a vivere. I tagli al servizio sanitario nazionale sono continuati, in nome dell’austerity, e quanto siano stati sanguinosi lo vediamo oggi “grazie” al Covid19. 

La memoria non va in quarantena e la quarantena rinnova il bisogno di memoria. L’utopia che fu della Resistenza non si spegne. Anche questa sete di stare insieme in piazza diventerà memoria e il prossimo 25 aprile ci ritroveremo con rinnovata gioia a scorrere nello stesso fiume.

Eleonora Cirant

La sanità lombarda e il Coronavirus. I nodi vengono al pettine, il sistema va cambiato

La sanità lombarda e il Coronavirus. I nodi vengono al pettine, il sistema va cambiato

L’emergenza sanitaria da coronavirus ha fatto venire al pettine i molti nodi del nostro servizio sanitario e della gestione politica di quel bene comune che è la salute pubblica. 

Ci sono però diversi livelli di responsabilità da tenere in conto: quelle nazionali e quelle regionali. Non dimentichiamoci che con la riforma costituzionale del 2001, la “riforma del Titolo V della Costituzione”, la sanità è stata regionalizzata.

La riforma del Titolo V della Costituzione – avvenuta con la legge costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001 – ha affidato la tutela della salute alla legislazione concorrente tra Stato e Regioni, delineando un sistema caratterizzato da un pluralismo di centri di potere e ampliando il ruolo e le competenze delle autonomie locali”. https://www.saluteinternazionale.info/2015/05/diritto-alla-salute-e-riforma-del-titolo-v/

Questa riforma ha comportato lo spezzettamento del “Servizio sanitario nazionale” (SSN) in 20 sistemi diversi, tante quante sono le Regioni, con il miraggio dei cosiddetti “Livelli essenziali di assistenza”, definiti dallo Stato, che avrebbero dovuto assicurare uniformità ma che vengono costantemente violati. 

Se è vero che negli ultimi dieci anni lo Stato ha investito sempre meno in sanità, è anche vero che per la nostra regione ci sono specifiche responsabilità del centro-destra che ha governato ininterrottamente la Lombardia negli ultimi vent’anni. La sanità lombarda è privatizzata, non coordinata al suo interno, ospedalocentrica, e ha trascurato la prevenzione. Vediamo prima la questione dei tagli, e poi la questione regionale.

Riduzione delle risorse a livello dello Stato

  • la riduzione delle risorse da destinare alla sanità è stata costante dalla crisi del 2007 e si collega ai vincoli europei del pareggio di bilancio (va ricordato che nel 2012 tutti i partiti italiani, tranne Rifondazione comunista, votarono a favore dell’inserimento del pareggio di bilancio di in Costituzione)
  • negli anni si è assistito, in relazione con le politiche di consolidamento adottate, a un significativo disinvestimento nella sanità pubblica, che si manifesta con carenze soprattutto sulla dotazione di personale. Questo si è tradotto in una politica di “tagli lineari”. Un esempio ne è la chiusura di tutti i punti nascita che facevano meno di 500 parti all’anno, tenendo come indicatore solo quello numerico senza considerazione per la qualità di servizio offerto. Gli esperti e le esperte dichiarano che “la contrazione delle risorse solo in parte miglioramenti dell’efficienza e una efficace riorganizzazione dell’offerta”. (1)
  • Una delle voci di spesa che hanno risentito maggiormente delle restrizioni è stata quella per il personale, con una riduzione in valore assoluto di quasi 2 miliardi tra il 2010 e il 2018, malgrado il parziale recupero nell’ultimo anno grazie alla ripresa della contrattazione. (1)
  • La spesa sanitaria italiana negli anni Novanta risultava già tra le più basse in Europa. I dati relativi alla crescita annuale della spesa sanitaria per abitante mostrano che dall’inizio degli anni Novanta al 2012 l’Italia ha registrato dinamiche di spesa sanitaria inferiori a quelle riscontrate negli altri Paesi europei utilizzati come termine di paragone. (1)
  • La crisi economica e le restrizioni alla sanità pubblica hanno reso sempre più difficile il ricorso all’assistenza sanitaria da parte dei gruppi più deboli. (1)

(1) ? ”Lo stato della sanità in Italia”, a cura di Stefania Gabriele, in: Ufficio parlamentare di bilancio, focus tematico n. 6, 2 dicembre 2019. Il dossier è pubblicato qui http://www.upbilancio.it/…/…/12/Focus_6_2019-sanit%C3%A0.pdf

La sanità in Lombardia

In seguito alla riforma costituzionale del 2001 i governi di centro-destra che si sono susseguiti alla guida della Regione Lombardia hanno introdotto il sistema della “sussidiarietà”, che ha comportato:

  • l’incremento della sanità privata
  • la frammentazione dei servizi, con buchi nella continuità assistenziale e mancanza di coordinamento
  • modello “ospedalocentrico”: si punta tutto sull’ospedale mentre viene smantellato il sistema territoriale dei servizi
  • in continuità con il punto sopra, vengono a mancare il luoghi della prevenzione

Vediamo in dettaglio

  • “Sussidiarietà”, semplificando al massimo, vuol dire che l’ente privato accreditato/convenzionato viene parificato all’ente pubblico nella erogazione dei servizi e che i soldi pubblici vengono dati alle strutture private perché queste forniscano i servizi. La Regione fissa i criteri per l’accreditamento delle strutture private e stabilisce il valore monetario di ogni prestazione sanitaria o socio-sanitaria. Così per esempio lo Ieo (Istituto oncologico europeo) è una struttura privata convenzionata, presso cui un malato oncologico o presunto tale può ricevere assistenza con ticket. Accanto ai centri di eccellenza, però, abbiamo mostruosità tipo l’obiezione coscienza di struttura. Vuol dire ad esempio che l’Ospedale San Raffaele di Milano pratica di routine la diagnostica prenatale (ecografie, amniocentesi e compagnia bella), ma di fronte ad una malformazione fetale grave del secondo trimestre abbandonerà la donna e la coppia al loro amaro destino: per interrompere la gravidanza dovranno arrangiarsi, perché questo ospedale privato accreditato pratica la obiezione di coscienza di struttura (illegale in base alla legge 194/78)
  • Prevalenza del privato sul pubblico. Per approfondimento leggi “Lombardia. Istantanee a confronto. Sanità lombarda sempre più privata. Confronto, punto per punto, tra il 1994 e il 2017.” https://www.saluteinternazionale.info/2020/03/lombardia-istantanee-a-confronto/. Nel 1994 c’erano 44 USSL Unità socio-sanitarie Locali (prima 88), con propri ospedali, articolate in Distretti, distribuite capillarmente sul territorio. Nel 2017 abbiamo 8 ATS (Agenzie di tutela della salute) con territori di pertinenza molto vasti e popolazione media servita elevata (ATS MI: 3.400.000 ab. serviti). Le USSL avevano funzioni di programmazione, prevenzione, integrazione e controllo e tali funzioni non sono state recuperate con la successiva riorganizzazione.
  • Il massacro dei servizi territoriali e, con essi, dei servizi di prevenzione, lo vediamo ben esplicitato ad esempio nelle vicende dei consultori pubblici, che erano un fiore all’occhiello della nostra regione. La logica del consultorio è “olistica”: approccio multidisciplinare alla persona e attività orientata alla prevenzione. A pochi anni dalla introduzione della riforma, sono più che raddoppiate le prestazioni erogate dai consultori privati, perlopiù di matrice cattolica (molti dei quali selezionano le prestazioni non in base ai Livelli essenziali di assistenza ma in base ad orientamenti ideologici) mentre sono state chiuse parecchie sedi pubbliche. Qui alcuni dati https://eleonoracirant.files.wordpress.com/2012/06/eleonora-cirant-11-maggio-2012.pdf – http://www.lombardiasociale.it/2017/05/26/levoluzione-dei-consultori-lombardi/

Date le premesse, si può forse capire meglio quali siano i punti di debolezza del servizio sanitario lombardo nel fronteggiare il Covid-19 e perché la sinistra milanese, riunita sotto la sigla Milano 2030, abbia chiesto il commissariamento della sanità lombarda con una petizione che ha superato le 70mila adesioni 

https://www.change.org/p/commissariarelalombardia-va-fatto-ora

Lo stesso gruppo di associazioni e partiti ha cercato alleanze con i gruppi consiliari regionali di opposizione per denunciare le seguenti criticità:

La frammentazione della rete di assistenza territoriale, necessaria a garantire integrazione tra interventi sanitari e sostegno sociale e quell’assistenza domiciliare che è il vero anello debole dell’attuale gestione dell’epidemia nella nostra Regione

La grave situazione relativa alle Rsa, dove in due mesi sono morti il 20% dei residenti, più del doppio di quanto è successo in strutture simili nel resto d’Italia, una situazione su cui Regione Lombardia ha secondo noi responsabilità importanti, a partire da una propria delibera in base alla quale i malati di Covid19 potevano essere trasferiti nelle Rsa.

Lo scarsissimo coinvolgimento della sanità privata nella gestione dell’epidemia e, conseguentemente, il potenziale “vantaggio competitivo” che al settore privato è lasciato dall’interruzione di tutte le prestazioni ambulatoriali e ospedaliere non urgenti nelle strutture pubbliche;

– I nuovi accreditamenti realizzati in tempi rapidissimi da Regione Lombardia senza che sia chiaro quale ne sarà la sorte a emergenza finita

– La scelta di Regione Lombardia di destinare alla gestione dell’emergenza cifre molto basse rispetto al capitolo di bilancio sulla sanità

http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato6710000.pdf

Se ne ricorderanno i lombardi, la prossima volta che andranno a votare?

Eleonora Cirant

Paure!

Paure!

Il vuoto è la metafora dell’ultima antropologia italiana. Sembriamo fantasmi, esseri polmonitici in cerca di un castello per nasconderci. Si arruffano ordinanze e protocolli, va in scena il caos mediatico con il sacerdote Burioni, interprete di Gotham City versione Molise, a far da bastione contro gli untori.

Una civiltà allo stremo, dove il rimedio e quivale al danno, paese panico con procurato allarme, lo spettacolo dell’esistenza andata in malora e tutto diventa retrovirus.

Regna un festoso senso di naufragio, nel senso di tutti chiusi dentro e fuori il vuoto, mentre facciamo del trauma lo stile di vita. Realismo desolante di una comunità nazionale in esaurimento da stress.

Le paure alimentate dall’enfasi delle false notizie, un popolo disaggregato nella discordia come principio di unità, l’entropia dei bollettini presidenziali, ospedalieri giornalistici: è una logica collassata davanti all’inerzia dei protagonisti della politica nazionale di fronte al contagio pandemico globale. Chiudere tutto in un’economia di congelamento è stata una risposta surreale alla pandemia, surreale non per quanto è stato fatto ora, ma per quanto non è stato fatto prima, perché non abbiamo imparato niente dalle precedenti epidemie. Il lato grottesco della paura virale è il vero virus.

Si accelera l’informazione con continui slittamenti ad alta energia linguistica, una marea montante di chiacchericcio senza informazione scientifica, quasi una guerra linguistica promozionale della paura. Una cittadinanza nevrotizzata, confusa, impoverita di speranze, sovranizzata da menzogne di leghisti e soci, nelle pulsioni più viscerali, ipnotizzata nella paura del migrante portatore di tutti i mali, si trova smarrita e nel panico per il contagio che arriva da altrove. Ma il paese è già contagiato, dalla paura.

Una Repubblica unificata dalla paura, il sovranismo psichico come stato di patologia avanzata, ha un suo retrovirus nell’assenza di istituzionalità dei politici.

L’entropia regna ovunque, l’incubo di non credere più in se stessi è la vera pandemia, una malattia sociale profonda che fa fiorire un caos di patologie congenite sottovuoto.

La filosofia emergenziale, con il richiamo alla paura, con l’idea che il mondo di fuori è un mondo di pericolo e di morte, per cui è meglio alzare i muri e isolare intere cittadine con l’illusione di fermare il contagio nella nemesi della globalizzazione è pura idiozia.

Angelo Montanaro

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Primo Moroni, la libreria Calusca e il circuito delle librerie alternative

Primo Moroni, la libreria Calusca e il circuito delle librerie alternative

“Antropologo della città, libraio del movimento, crocevia delle più varie anime della rivolta, scientifico ballerino della vita”. E’ Primo Moroni, ricordato da Impunita che oggi, nel ventennale della morte, rende disponibile questa intervista del 1987 aprendo una serie di pubblicazione di documenti dal preziosissimo archivio, che è stato riordinato e reso disponibile online dai compagni e dalle compagne del Cox18.

Alla Libreria Calusca di Primo Moroni portavamo i nostri documenti e ci rifornivamo di libri anche noi della libreria del Circolo culturale Mauro Larghi e del Centro documentazione Puglia, a Monopoli. Ci ha fatto piacere ritrovarci nella nell’intervista a Primo:

“è stato un fortissimo luogo di comunicazione, una specie di porto franco, in cui si attutivano le differenze e si scambiava molta comunicazione. Ha avuto una serie di collegamenti di tipo nazionale con tutti i centri di documentazione, da quello di Pistoia a quello di Lucca, a quello di Trento, tutti questi materiali venivano veicolati e circolavano in un tessuto di rete fuori da quello ufficiale, con una massa di informazioni. Sono nate su questo modello altre 60 librerie sparse per l’Italia. A Monopoli come a Palermo, a Padova come a Terni, a Torino come a Genova, in una rete che veniva chiamata “Circuito di distribuzione Punti Rossi”. Ogni luogo era indipendente ma erano uniti da un modello, da un percorso, da uno scambio continuo di arricchimento e di socializzazione, cioè chi sapeva di più dava di più agli altri. Si organizzava un convegno all’anno molto ricco, a cui partecipavano tutte le riviste. […] Le riviste trovavano il luogo privilegiato di diffusione in queste librerie, le librerie creavano un circuito di distribuzione parallelo alla grande distribuzione commerciale, o anche a quella media, e in questa struttura di rete si formavano luoghi di incontro e comunicazione che attutivano le differenze e creavano ricchezza. È anche una libreria classica, nel senso che c’è l’editoria classica delle donne, o dei grandi editori, e deve reggere il confronto anche con una buona libreria democratica borghese, come qualità, aveva allora però in più la caratteristica di avere tutte le riviste autoprodotte, ed oggi tutte le fanzine prodotte dalle nuove aggregazioni metropolitane. L’area punk, l’area dark, i dischi, le magliette, le fanzine, le fans magazine, ce ne sono circa 600 in Italia.

Leggi l’intervista integrale


Abbiamo raccontato lstoria del Circolo Mauro Larghi, e quella del collettivo ArcaGam, nel libro “Underground nei cieli del sud”, scaricabile dal nostro sito.

In Archivio storico abbiamo pubblicato i documenti d’archivio.

La fabbrica dell’odio

La fabbrica dell’odio

Si sono rotti gli argini democratici permettendo ad un’onda suprematista di invadere gli spazi urbani con aggressioni, minacce e svastiche in molte località cittadine. In un paese indebolito dalla politica in un mare infinito di disuguaglianze, sguazza l’estrema destra. Che usa questi simboli come messaggi unificanti di una rete suprematista internazionale che dagli USA all’Europa incita a colpire ebrei e immigrati, e che punta ai lupi solitari e ai piccoli gruppi per indurli a compiere azioni dimostrative.

Il sistema organizzativo è simile a quello dei terroristi: aggregare schegge in tutto il mondo.

I manifesti della guerra razziale dell’ideologo James Mason, autore dei testi a cui si ispira la rete neonazista negli USA e in Europa, viaggiano sui social e nelle chat.

Il gruppo più agguerrito a livello globale si chiama Atomwaffen, nel nostro paese fanno riferimento a “sole nero” e “meridiano zero“. Usano codici rudimentali, semplici, evocativi del non-linguaggio privo di valori.

In parallelo il fenomeno viene quotidianamente alimentato dai quotidiani di destra che nei corsivi insultano immigranti e meridionali (vedi Feltri).

Questa strategia non è nuova, si aggancia alle predicazioni leghiste degli anni passati. Fu Bossi che incitava contro contro i meridionali che avevano invaso il Nord, seguiva Salvini “giovane” che da Radio Padania aizzava contro albanesi, napoletani e Rom. Un continuo spostamento di baricentro per fomentare i cittadini verso la secessione delle regioni del nord. Senza dimenticare Calderoli con maialino e maglietta contro l’islam (lui fu costretto a dimettersi da ministro e però ci furono morti in Libia per causa sua). Un altro campione del razzismo fu Borghezio, che viaggiava sui treni munito di disinfettante da usare contro i passeggeri extracomunitari. Oggi siedono entrambi in Parlamento, continuando con la politica razzista e sovranista.

Oggi una tempesta si avvicina e non bisogna dimenticare chi soffiava quei venti nel recente passato. Che gli inquirenti aprano finalmente l’occhio destro.

Ora finalmente Salvini va a processo per aver sequestrato naufraghi sulle navi della Marina militare, nel ruolo da Ministro dell’interno dello sciagurato governo Lega-5S, coi cinquestelle complici dei decreti sicurezza. Ma sul banco degli imputati dovrebbero sede in sua compagnia anche altre figure e complici.

L’onda nera che sta montando in Europa bisogna fermarla con urgenza e con le leggi che sono in vigore, prima che sia troppo tardi.

A. Montanaro

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