Chi siamo?

Chi siamo?

In Europa, dove siamo considerati come i “beautiful people”, non siamo più tenuti a tenere segreto quello che ci rende felici, né a snobbare il nostro piacere o circondarlo di leggende. Con diritto scioriniamo le nostre gioie: vacanze meravigliose, i figli più belli, un vissuto fantastico anzi favoloso… non siamo per niente imbarazzati dalla nostra fortuna, esprimiamo la nostra gioia in termini superlativi.

Ci siamo guadagnati il diritto di vivere ignorando la realtà.

In questo inferno mimetizzato si disprezza se stessi e si onora la professione di dispregiatore. Difficile spendere una parola onesta su se stessi. Siamo stati inchiodati all’età puberale – come santi di varietà e clown provocatori, siamo disperatamente alla ricerca di numeri spettacolari. Da parassiti praticanti, sempre presenti alle tavole imbandite delle degustazioni politichesi.

I pifferai del momento, il duo Salvini-Di Maio, sull’onda della vittoria elettorale preparano riforme rancorose e maligne. Intenti a rimestare in quei sentimenti malevoli che allignano dove non ci si sente apprezzati per talento, prestigio, ruolo professionale, etc.

Nell’era della contro-rivoluzione leghistogrillina, è il Prozac il nuovo valore spirituale cui votarsi mentre, al seguito dei pifferai, precipitiamo in un orizzonte disumanizzato e nichilista, affollato da immagini pornografiche e volgari, abitato da esseri umani standardizzati, tanto privi di spessore quanto assetati di rivincite meschine.

Quel che rimane di un popolo, nella post-storia, è una molteplicità di individui “ri-animalizzati” e infantilizzati che si schierano contro carichi di umanità navigante in cerca di protezione che non arriverà.

Negando approdi e alzando barriere armate d’odio.

Sono gli stessi agenti svisceratori di paure che portano alla paranoia sociali cittadini affamati di sicurezza, predicatori sempre pronti ad indicare l’invisibile nemico.

Coperti da un velo d’ignoranza i cittadini seguono questi pifferai verso chimere già conosciute nel passato storico e rimodellate un un fascismo logico.

Who are we?

A. Montanaro

Image: ‘Las manos del flautista
Las manos del flautista
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Assassini gentili e vittime discrete

Assassini gentili e vittime discrete

Sono deliranti eccellenti creatori di anti-valori, i nuovi governanti.

Nella realtà virtuale ci credono e al tempo stesso la producono, formulando racconti decorativi attraverso la propagazione continua di slogan. Speranze paludate per ingannare in un assoluto piattume dove la vita si crea nel delirio e si disfa nel totalitarismo.

L’inferno è un rifugio, in confronto a questo a vuoto prostrato, in cui nulla ci trattiene se non lo spettacolo delirante di un Ministro dell’interno che colma il vuoto della coscienza con una malattia di cui non ci ricordavamo più: il razzismo come medicina per la superba inutilità dell’esistenza.

I nuovi padroni del potere si sono insediati nell’agonia desolata di Roma. Si rispecchiano negli occhi vuoti dei busti di marmo e negli idoli in declino. Sono esperti di disinganni e si circondano di folle festose di cortigiani, fuoriescono da lupanari scettici e da circhi crudeli per dilagare in un fervore di democrazia morente.

Sono gli eredi di GobineauDavenport, che sognano acque benedette per annegare l’umanità indesiderata.

Così questo crimine diventa uno svago che con candore viene annunciato in una cornice da esecuzione capitale.

Apriteli! Quei porti, per pulire le nebbie maleodoranti di mali provati dal virus razzista.

È l’oblio della storia passata che ci impedisce di rappresentare la pluralità dei destini simultanei. Quale peccato hanno commesso, quale colpa per esistere?

Precipitiamo nella decadenza della civiltà, nel riflesso del suo esaurimento. Viviamo di una morale astratta, imbastardita da ciarlatani muniti di ricette per guarire una prostrazione incurabile e generalizzata.

La menzogna è l’illusione attraverso cui crediamo di comunicare, saltimbanchi artefici di una ciarlataneria sapiente. Si è “civilizzati” nella misura in cui si esibisce la propria lebbra razzista, tanto più si vomita fiele.

In questi paradossi incorniciati dalla caricatura del sublime, emerge la visione di una piazza da impiccagioni con il patibolo pronto per le prossime carcasse.

A. Montanaro

Il ritorno della dea Penìa

Il ritorno della dea Penìa

Mentre i ricchi diventano sempre più ricchi, nella sfrenata corsa al consumo di lusso, altri vedono degradarsi il proprio livello di vita e con le tasche piene della vitaccia quotidiana. Si prova l’umiliazione dell’assistenza caritatevole, mentre il quotidiano viene continuamente bombardato da sollecitazioni consumistiche.

Penìa e l’arte di arrangiarsi

Così Penìa rientra tragicamente nella realtà, contrassegnata da vita precaria, difficoltà a “barcamenarsi”, ricorso all’assistenza sociale, in un clima da “inferno con l’aria condizionata” nella miracolosa tranquillità del paese della cuccagna.

La nuova povertà di massa si manifesta con caratteristiche inedite. Non la vediamo più, come prima, in gruppi sociali definiti e identificabili. La società post-industriale è formata da una nebulosa incontrollata di situazioni e percorsi faticosi dei singoli: disoccupati cronici, madri sole che lavorano a ore, giovani senza qualifiche in cerca di lavoretti, tutti potenziali beneficiari di reddito minimo garantito.

In questa costellazione molteplice, non si trova consapevolezza di classe, né solidarietà di gruppo, né destino comune, ma storie personali diversificate.

Sono i nuovi “sconosciuti“, frutto di un processo che li svilisce socialmente. In questa tranquilla tragedia da società dei consumi, si svolge, rinnovato, il dramma di Penìa. Duro e iper realista, il tragico di cui siamo testimoni coincide con la spirale della violenza del linguaggio dei bulli.

Mentre il prezzo da pagare per un fittizio benessere va di pari passo con la mala-vita.

La civiltà della “felicità” gonfia un torrente di depressioni, tentativi di suicidio, ansia e consumo di psicofarmaci. Più trionfa il consumo-mondo, più si moltiplicano i disturbi mentali, più cresce la sofferenza e la fatica di vivere. Non basta intonare con le prefiche televisive il ritornello della maledizione del tempo.

La nostra epoca genera, su vasta scala, la “mala-vita” e la sofferenza, senza possibilità di giocarsi un’altra mano. In questa terra senza promesse, la società consumistica è una società di smarrimento e afflizioni.

Per questo motivo le classi agiate si chiudono in “comunità” recintate, dotate di “codici di ingresso”, protette da sistemi di video-sorveglianza, con vigilanti armati e cani feroci.

Il pacchetto “comfort e sicurezza” ha un suo prezzo: quello del ritorno alla vita tribale.

La alimenta la preoccupazione di sicurezza, il desiderio di un vicinato rassicurante e di spazi privati protetti, nella cultura del comfort. Su tutto, un alone di minaccia generato dal bisogno di sicurezza indotta continuamente dalla paura di invasori venuti da terre lontane.

In questa realtà chi regna è la dea Penìa, sovrana della povertà umana.

A. Montanaro

Image: ‘Really ..???’

Really ..???
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L’odio bulimico

L’odio bulimico

“Marketing regressivo”

Nella politica di segmentazione, la comunicazione dell’insicurezza promuove l’adesione a quei partiti e movimenti beneficiati dai desideri di cittadini e cittadine indottrinati attraverso la pubblicistica dell’odio.

Partiti che vendono la sicurezza come BRAND, i loro leader costruiti come merce usa e getta.

E’ bene chiedersi fin dove arrivi il marketing dell’immagine nel momento in cui scatena la rabbia xenofoba verso gli avversari che vendono altra merce.

Il dilagare del fenomeno non è dovuto solo alla crescita della precarietà e della povertà, ma anche all’escalation delle paure e dell’insicurezza indotta dottrinariamente dai media.

I nuovi profeti della politica hanno trasformato in merce il sistema di governo.

I cittadini sono diventati, da spettatori, iperconsumatori di sentimenti emotivi.

Ogni movimento o partito è un marchio che vende in continuazione pulsioni edonistiche, il brand deve cambiare velocemente per aumentare la domanda di consumo.

Ogni offerta si trasforma in adesione sia per i leader sia per il suo consumo. Si passa dal razzismo all’Europa, dalla globalizzazione finanziaria alle guerre, tutto viene consumato rapidamente nella forma bulimica della governance.

La stessa merce deve cambiare continuamente per essere vendibile.

Dopo la diffusione dei beni commerciali in tutto il corpo sociale, nella sfera politica è in atto un processo identico. E’ la fine dell’etica della responsabilità.

I “nuovi” leader fanno presa in quest’epoca fomentata, deregolamentata, incostante, che si annuncia con un accomunamento di preoccupazioni.

Le due entità Lega e 5 stelle, con i due amministratori delegati “Di Maio-Salvini” come logo del brand Italia, vengono pubblicizzati e venduti dai loro agenti di commercio e trasformati in avatar governativi.

Lo vuoi vedere?

 

Crediti:

Testo: A. Montanaro

Editing video: Cirant/Dileo

L’immagine dell’articolo viene da qui ed è stata photoshoppata

 

Vite sottovuoto

Vite sottovuoto

Una rivoluzione individualistica che si realizza attraverso la disaffezione ideologica e politica, destabilizzante della personalità. Questo stiamo vivendo.

È una mutazione antropologica globale dove governa il vuoto, un vuoto senza tragedia né apocalisse. Nell’apoteosi del consumismo esteso fin nella vita privata, nel consumo  del tempo esistenziale attraverso media plurimi, vaghi, relazioni digitali, qui c’è la nuova modernità. Vuoto generato in technicolor. Il passaggio dall’individualismo “limitato” all’individualismo “totale” ha prodotto un sistema di narcisismo politico, dove molti leader di movimenti e di partito si sganciano dal sociale per ripiegarsi su un solipsismo intimista.

La profezia di Alexis de Tocqueville si realizza nel narcisismo post-moderno, in questa società dove i rapporti di produzione sono stati spodestati a vantaggi dei rapporti di seduzione.

La seduzione, figlia dell’individualismo edonistico, è intossicata dalla manipolazione dell’elettorato mediante uno spettacolo illusionista.

Il deserto sociale guadagna terreno con la potenza del negativo, simbolo del lavoro mortifero dei tempi moderni fino al suo termine apocalittico.

Mentre il sociale va in disuso, il desiderio, il godimento, la comunicazione diventano i soli “valori”, i grandi sacerdoti predicano la diserzione di massa, la libido è frutto del deserto.

La diserzione sociale ha portato con sé la democratizzazione del “malessere di vivere”, flagello diffuso ed endemico.

La “thanatocrazia” si sviluppa, le catastrofi ecologiche si moltiplicano senza generare un sentimento tragico da fine del mondo, ci si abitua senza strazio al “peggio” che viene consumato attraverso i media, la minaccia economica ed ecologica non è riuscita a penetrare in profondità nelle coscienze indifferenti.

Nella tecnologia di controllo delicato e autogestito si socializza de-socializzando, cittadini e cittadine sono messi in sintonia con un sociale disintegrato, nella gloria del regno dell’ego puro.

Contemporaneamente si espellono le resistenze, così che sia possibile l’assimilazione totale dei modelli di comportamento messi a punto da algoritmi, gestiti da piattaforme informali.

In questi spazi si istituisce lo “spirito” duttile alla “formazione permanente”, alla gestione scientifica dei corpi e delle menti. Nello “strip tease” psichico si introduce il concetto di controllo e di pacificazione sociale.

Innalzate barriere contro le emozioni e tenute lontane le intensità affettive, così che ciascuno viva in un bunker di indifferenza, al riparo delle passioni, desocializzati, ci si ritrova in un acquario sociale linquido, dove il vuoto regna incontrastato. Dalla società liquida (Baumann) alla società del vuoto.

A. Montanaro

 

Image: ‘Discarded Shells’
Discarded Shells
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La ragione cinica

La ragione cinica

Come Cassandra che predice il peggiore dei mondi possibili, cercando in essi una ragione reattiva contro la caducità, sconfitta quando si scopre che “anche ciò che è stato omesso tesse la tela di ogni futuro”.

Nell’esuberanza della soggettività negativa che nulla nega e tutto accoglie è il rovesciamento reale di un’economia legata alla mera produzione di cose, e al loro semplice, disperato e mortale consumo. Così nei “bisogni definiti” si annidano tumultuose depressioni e crisi angosciose, in una sorta di stato orgiastico dell’umanità cosciente ma ancora minorenne.

Oggi, dopo le grandi rivoluzioni, il fine dell’attività lavorativa è di produrre per vivere, ma quello dell’attività padronale è di produrre per destinare i produttori operai a una spaventosa decadenza.

Mentre nella ricerca della sovranità l’uomo economico afferma la propria negazione, socializzato integrale nel dire sempre di sì, nella sorda ostinazione della piccola arte di arrangiarsi, nella moralità fumosa, egoisticamente frantumato in nuovi cimiteri bellici.

Nelle congiunture favorevoli si smerciano nuovi valori come antidolorifici generali, mentre i rapporti umani fondati sulla relazione reale dei corpi e delle emozioni sono scomparsi. Fuori dal palcoscenico della vita il cinismo si mimetizza nella falsa umanità, precipitando nella trappola delle emozioni costruite.

Si vive di giorno in giorno, di ferie in ferie, di Tg in Tg, di soldi in soldi, di orgasmo in orgasmo… di turbolenze private in scadenze debitorie; in quest’epoca esoterica-pulcellinesca dove il sommerso frantuma la riflessione e la società civile si dissolve in miriadi di individui solitari. Tutti imprigionati nelle caverne tecnologiche dove si proiettano immagini virtuali, credendo che il mondo reale vi sia rappresentato, mentre c’è un abisso tra la realtà e la sua rappresentazione mediatica.

In queste rappresentazioni sottomesse alla doppia censura del potere economico e politico, la realtà è fagocitata, neutralizzata o ignorata. Come nella caverna di Platone, i prigionieri masticano minestre riscaldate dalle fantasie generate dalla propria stessa prigione, disponendo di schermi che li accompagnano permanentemente fino alla morte.

A. Montanaro

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