Il dopo prima

Il dopo prima

Il ritorno alla normalità, oppure un non ritorno?

Maggio mese chiave per fare la conta dei sopravvissuti al Covid-19, per ritrovare quello che c’era prima, cioè le politiche neoliberali di smantellamento dei servizi pubblici che hanno prodotto la catastrofe in Lombardia e dintorni.

L’epidemia ha evidenziato che non colpisce allo stesso modo tutte le categorie della popolazione e che i rischi sono maggiori per le persone anziane, povere, con lo stato di salute più fragile, quelle che fanno i lavori più duri e precari.

Il confinamento non è stato solo sanitario, ma sociale, e non per tutti allo stesso modo. Molti hanno continuato a lavorare, dentro e fuori casa. La quarantena ha evidenziato la struttura di classe della società: il confinamento di chi abita in case con giardino o grandi appartamenti è diverso da quello di chi abita in pochi metri quadri.

Il confinamento ha reso più fragili coloro che vivono di “lavoro informale”, chi non ha un contratto, chi è privo o priva di aiuto sociale o sussidio di disoccupazione.

In questo momento bisogna riflettere perché da molti anni l’opinione dei cittadini si è rivolta con favore verso l’estrema destra di Salvini e Meloni, protagonisti di messaggi di odio. In questo slittamento bisogna riconoscere gli errori di quella che si definisce sinistra che ha abbandonato le classi popolari dei lavoratori per abbracciare l’idea neoliberale.

Qui bisogna ritornare a lottare contro l’ingiustizia sociale, contro la precarizzazione, la violenza economica e sociale. Bisogna trarre insegnamento dalla crisi che ci attende. Oggi è urgente difendere la sanità, i trasporti, l’educazione, la cultura, la ricerca, e difendere i meccanismi di protezione sociale e solidale della collettività.

È tutto un sistema politico da ricostruire e reinventare, lottare per una trasformazione sociale e radicale, che privilegi la giustizia sociale.

Lo dobbiamo fare per onorare i tanti morti che il Covi-19 si è portato via.

A. Montanaro

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Sua maestà Cov XIX

Sua maestà Cov XIX

Nel distanziamento sociale si è tagliati con esattezza, sorvegliati e inseriti in un posto fisso – “casa” – dove i comportamenti sono sotto sorveglianza e registrati, certificazione in cui siamo costantemente reperibili, esaminati, “tamponati”, i vivi, gli ammalati e i morti.

La certificazione della spettralità in città vuote e disincarnate in spazi senza corpi, con solo il virus ad aggirarsi nello spazio urbano come un sovrano che emana condanne di morte.

Dai balconi si canta e si applaudono medici e operatori sanitari, come si applaudivano i tagli che si facevano alla sanità pubblica a favore di quella privata. Il prezzo che oggi si paga per le privatizzazioni fatte negli anni scorsi dettati dal liberismo selvaggio.

Se l’Evola, la Sars e Mers ancora non avevano insegnato nulla, bisognerà attendere che il Covid 19 si trasformi in Covid 20 per andare oltre la pandemia? Se poi veramente arrivasse all’improvviso una potenza virale tale da distruggere l’umanità sulla terra? Ora che abbiamo superato il nostro schiavismo da chiaroveggenti ci rimane solo quello dell’essere frivoli, pettegoli, nichilisti alla disperazione, disillusi oltre il lecito.

Ora che il tempo virale ci ha sputato addosso il suo vomito, prendiamo atto del nostro decadimento.

Il vizio della lamentazione ha fallito, siamo nella desolazione totale. E dai bassifondi della politica si scrivono decreti inutili contro cittadini disarmati, come puntualmente per settimane il bollettino della protezione civile emanava il bollettino di guerra con morti e feriti, generando ulteriore caos.

Piccoli ducetti emergono in regioni e comuni, ognuno con i propri decretini e ordinanze a seconda dell’area politica di appartenenza. A fine guerra si conteranno i danni da riparare che come al solito saranno a carico dei cittadini. E ancora di più a carico delle cittadine.

A. Montanaro

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Le nottole di Minerva

Le nottole di Minerva

Hanno preso il volo le nottole di Minerva, nelle notti d’Oriente e d’Asia, per aprire il vaso di Pandora. Oggi è una certezza, sarà la fine del tempo dello sfrenato liberismo deregolato.

Fine della storia, fine dell’azione pubblicitaria dell’idea della globalizzazione neoliberista, così il Coronavirus diventa il sacro virulento devastatore che con il contagio pandemico ha finito per intaccare e irretire chi per primo ha seminato il germe liberista, con la macchina mitologica del consumismo globale che per anni ha manipolato il mondo attraverso l’astuzia della ragione.

Oggi nelle reclusioni collettive avanza l’ideale panottico di una umanità sotto attacco virale senza pari. Se per anni le nostre esistenze sono state traumatizzate dalla paura del nucleare, oggi il vero nemico sono i virus. Ogni anno sempre più potenti e distruttivi, perché lo scambio animale-umano ha annullato le distanze tra specie e le differenze virali, da quando si sono ristrette le aree geografiche e la globalizzazione accelera il trasporto non solo di merci ma anche di insetti e virus da un continente all’altro.

L’inquinamento dei territorio ha bloccato l’evoluzione delle specie, a danno degli esseri viventi, umani e non.

Se nel futuro ci aspetta un vissuto in gabbie sterilizzate, sarà la fine della socialità e dunque dell’umanità. Oggi assomigliamo a sonnambuli, intrappolati fra i fantasmi dei virus e il caos del mondo.

“Gauguin dell’anima primitiva, vergò nell’angolo in alto a sinistra il famoso titolo, d’où venons, ques sommes nous, où allons nous?” E’ una domanda!

A. Montanaro

Non abbiamo potuto reperire l’autore dell’immagine dell’articolo. Chi lo sa, ce lo comunichi!

Dis-velamento

Dis-velamento

Con la relazione della crescita del consumo, cioè facciamo alle nostre responsabilità, nella grande prigione ci chiudiamo dentro, morti e malati, nel confinamento una folgorante azione umana, sigillati nelle case come grotte moderne, con la paura del vuoto. Si pensava di aver respinto l’ignoto, che invece ora torna a rivendicare i suoi diritti. Ci affacciamo a scrutare il vuoto urbano, ciascuno dalla propria finestra o balcone, colpevoli di aver ucciso il pianeta e l’inabitato ci rinfaccia la nostra colpevolezza. Siamo isolati nell’emotività sociale e la mancanza di ethos ci costringe nella perdita dell’identità.

Autistici come nella nave dei folli, per le Sirene carnivore della politica che vendono paure e mediocrità con l’esercizio di un potere disciplinare, riconosciuto lecito perché necessario ma senza sapere l’uso che si intende farne in futuro. L’eccezionalità avrà un termine oppure sarà usato come ha fatto Orban in Ungheria, “omaggiato” dai neofascisti di casa nostra Salvini e Meloni. Assegnandosi ai pieni poteri che il Papeetista volle per se stesso in una calda estate. 

Sarà lo Stato d’eccezione a disegnare l’autoritarismo dentro una falsa cornice democratica. L’Europa sarà capace di sanzionare l’Ungheria e il suo capo di Stato, oppure continuerà sulla strada della contabilità con i suoi funzionari a limare fino al centesimo i bilanci per placare qualche olandese o qualche revisore tedesco? Mentre si avvistano i primi avvoltoi pronti a scarnificare le vittime economiche del dopo virus.

Ne esce malconcio il mantra della sanità privata più efficiente, che da anni ha guidato lo smantellamento di quella pubblica. Siamo stati vittime delle direttive neo-liberiste che hanno insistito sulla riduzione dello stato sociale. 

L’istruzione e la sanità non possono essere gestite come aziende che funzionano per cicli produttivi. Questa visione finanziaria ha prodotto il disastro che stiamo vivendo. 

Come anche la delocalizzazione sta svelando la miopia della politica industriale: basta notare la mancanza di mascherine. L’Europa dei banchieri e dei tecnocrati ha massacrato gli autentici ideali europei, praticando il darwinismo sociale. 

Oggi viene dis-velata la narrazione contro i cosiddetti buonisti, quelli delle ONG. Oggi è un pietire aiuto, oggi siamo tutti santi perché stiamo per morire. Ci chiama l’inferno, dopo aver assecondato un sistema finanziario che ha dissanguato ogni genere umano.

Dopo anni di propaganda contro lo Stato, adesso i leghisti richiedono gli aiuti di Stato. Non si insiste più contro gli sbarchi e i Rom, “prima gli italiani” non ha più attrattiva. Dopo aver generato il caos per dare una spallata alla democrazia, l’incubo leghista si inabissa lentamente verso l’oblio.


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25 aprile 2020. La Memoria non va in quarantena

Oggi non potremo andare in piazza per il rito laico che ci accomuna, il rito che da 75 anni rinnova e consolida la comunità antifascista in tutte le città e i paesi d’Italia. Se il rito è la comunità in azione (Durkheim), il 25 aprile resta ancora oggi quell’unità di tempo e luogo in cui le soggettività politiche democratiche si ricompongono nella messa in azione dei propri simboli e in cui la memoria si manifesta come urgenza di azione nel presente. Il 25 aprile è il giorno in cui la babele antifascista sembra parlare con una sola lingua. 

Milano è la città dove più forte è il senso e la partecipazione collettiva nel giorno in cui celebriamo la sconfitta del nazi-fascismo, la fine della dittatura, lo schiudersi della possibilità democratica e dell’utopia. Sono proprio la dimensione del possibile e dell’utopia a spingerci fuori, annodando per un giorno insieme la memoria, il presente, il futuro.

E’ anche il giorno in cui le tante voci spesso dissonanti della sinistra si uniscono a formare un coro. Dico “la sinistra” pur consapevole che la Resistenza è stata comunista, socialista, repubblicana, liberale e cattolica, e che è stata anche la resistenza civile di tante donne e uomini senza bandiera. Ma alle sue radici l’antifascismo è rosso, e tra le famiglie politiche è stata soprattutto quella di sinistra a tramandarne la memoria. Ma comunque, se dico 25 aprile dico “sinistra” perché la sinistra è casa mia, perché vivo con sofferenza la parcellizzazione senza fine delle sinistre in un presente in cui il gioco democratico ha preso regole del tutto diverse da quelle che avrebbero potuto immaginare le partigiane e i partigiani.

Il 25 aprile, e solo il 25 aprile, è il giorno in cui andiamo in piazza e ci incontriamo. Non solo le più militanti, ma tutte e tutti! Il 25 aprile è il giorno in cui ti rivedi dopo un anno, o dopo anni, in cui riannodi i fili delle vite che nel frattempo si erano dispersi, in cui ti scopri più vecchia guardando il volto invecchiato delle persone che ritrovi. Siamo qui, ci siamo ancora, abbiamo qualcosa in comune che è un’idea – un ideale – di come stare insieme, formando una comunità: questo siamo il 25 aprile.

Non che sia una convivenza a-conflittuale, tutt’altro. Il 25 aprile è anche il luogo della contestazione, delle polemiche, del fare a gara tra gli spezzoni per la posizione nel corteo. Il giorno in cui magari anche ritrovi persone che non hai più il piacere di incontrare: perché l’amicizia si è rotta, perché le strade si sono separate, perché la storia d’amore è finita. Allora ti giri di spalle, guardi altrove, e dovunque ti giri trovi altri, diversi e simili. Siamo comunque dentro allo stesso fiume di vite che scorre lungo le arterie della città trasformandone il volto e questo porta gioia, di per sé.

La politica unisce in quanto divide, e viceversa: la politica divide in quanto unisce. E la politica è dappertutto, è nelle relazioni e nelle scelte quotidiane, nelle parole che usiamo, negli atteggiamenti, nelle lotte di ogni giorno. Il 25 aprile è la sintesi perfetta di questo ossimoro. Il 25 aprile è divisivo? Certo. Ci unisce? Sì. E’ la manifestazione visibile della scelta di parte che ciascuno e ciascuna di noi fa, o tenta di fare, ogni giorno. Il bello è che ognuno la fa a modo suo!

Quest’anno non potremo andare in piazza. Allora vado a recuperare le foto scattate nelle manifestazioni degli anni passati. Memoria è anche questo: non solo la dimensione storica e collettiva ma anche quella personale

Ritrovo questo filmato fatto per momi-z nel 2015. C’è dentro la cronaca, le parole d’ordine di quel momento.  Molte cose sono cambiate, altre sono rimaste. Alcune amicizie si sono rotte, altre si sono consolidate, alte ancora si sono allentate. Alcune persone che ho fotografato le avrei conosciute in quello che allora era il futuro. L’Europa è ancora è sempre più una fortezza: non siamo riuscite e riusciti ad abbattere il muro e migliaia di persone sono morte e continuano a morire nel mar Mediterraneo. Un’atrocità che i nostri cortei non scalfiscono. Expo è passato, il suolo è stato mangiato, l’area non torna a vivere. I tagli al servizio sanitario nazionale sono continuati, in nome dell’austerity, e quanto siano stati sanguinosi lo vediamo oggi “grazie” al Covid19. 

La memoria non va in quarantena e la quarantena rinnova il bisogno di memoria. L’utopia che fu della Resistenza non si spegne. Anche questa sete di stare insieme in piazza diventerà memoria e il prossimo 25 aprile ci ritroveremo con rinnovata gioia a scorrere nello stesso fiume.

Eleonora Cirant

La sanità lombarda e il Coronavirus. I nodi vengono al pettine, il sistema va cambiato

La sanità lombarda e il Coronavirus. I nodi vengono al pettine, il sistema va cambiato

L’emergenza sanitaria da coronavirus ha fatto venire al pettine i molti nodi del nostro servizio sanitario e della gestione politica di quel bene comune che è la salute pubblica. 

Ci sono però diversi livelli di responsabilità da tenere in conto: quelle nazionali e quelle regionali. Non dimentichiamoci che con la riforma costituzionale del 2001, la “riforma del Titolo V della Costituzione”, la sanità è stata regionalizzata.

La riforma del Titolo V della Costituzione – avvenuta con la legge costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001 – ha affidato la tutela della salute alla legislazione concorrente tra Stato e Regioni, delineando un sistema caratterizzato da un pluralismo di centri di potere e ampliando il ruolo e le competenze delle autonomie locali”. https://www.saluteinternazionale.info/2015/05/diritto-alla-salute-e-riforma-del-titolo-v/

Questa riforma ha comportato lo spezzettamento del “Servizio sanitario nazionale” (SSN) in 20 sistemi diversi, tante quante sono le Regioni, con il miraggio dei cosiddetti “Livelli essenziali di assistenza”, definiti dallo Stato, che avrebbero dovuto assicurare uniformità ma che vengono costantemente violati. 

Se è vero che negli ultimi dieci anni lo Stato ha investito sempre meno in sanità, è anche vero che per la nostra regione ci sono specifiche responsabilità del centro-destra che ha governato ininterrottamente la Lombardia negli ultimi vent’anni. La sanità lombarda è privatizzata, non coordinata al suo interno, ospedalocentrica, e ha trascurato la prevenzione. Vediamo prima la questione dei tagli, e poi la questione regionale.

Riduzione delle risorse a livello dello Stato

  • la riduzione delle risorse da destinare alla sanità è stata costante dalla crisi del 2007 e si collega ai vincoli europei del pareggio di bilancio (va ricordato che nel 2012 tutti i partiti italiani, tranne Rifondazione comunista, votarono a favore dell’inserimento del pareggio di bilancio di in Costituzione)
  • negli anni si è assistito, in relazione con le politiche di consolidamento adottate, a un significativo disinvestimento nella sanità pubblica, che si manifesta con carenze soprattutto sulla dotazione di personale. Questo si è tradotto in una politica di “tagli lineari”. Un esempio ne è la chiusura di tutti i punti nascita che facevano meno di 500 parti all’anno, tenendo come indicatore solo quello numerico senza considerazione per la qualità di servizio offerto. Gli esperti e le esperte dichiarano che “la contrazione delle risorse solo in parte miglioramenti dell’efficienza e una efficace riorganizzazione dell’offerta”. (1)
  • Una delle voci di spesa che hanno risentito maggiormente delle restrizioni è stata quella per il personale, con una riduzione in valore assoluto di quasi 2 miliardi tra il 2010 e il 2018, malgrado il parziale recupero nell’ultimo anno grazie alla ripresa della contrattazione. (1)
  • La spesa sanitaria italiana negli anni Novanta risultava già tra le più basse in Europa. I dati relativi alla crescita annuale della spesa sanitaria per abitante mostrano che dall’inizio degli anni Novanta al 2012 l’Italia ha registrato dinamiche di spesa sanitaria inferiori a quelle riscontrate negli altri Paesi europei utilizzati come termine di paragone. (1)
  • La crisi economica e le restrizioni alla sanità pubblica hanno reso sempre più difficile il ricorso all’assistenza sanitaria da parte dei gruppi più deboli. (1)

(1) ? ”Lo stato della sanità in Italia”, a cura di Stefania Gabriele, in: Ufficio parlamentare di bilancio, focus tematico n. 6, 2 dicembre 2019. Il dossier è pubblicato qui http://www.upbilancio.it/…/…/12/Focus_6_2019-sanit%C3%A0.pdf

La sanità in Lombardia

In seguito alla riforma costituzionale del 2001 i governi di centro-destra che si sono susseguiti alla guida della Regione Lombardia hanno introdotto il sistema della “sussidiarietà”, che ha comportato:

  • l’incremento della sanità privata
  • la frammentazione dei servizi, con buchi nella continuità assistenziale e mancanza di coordinamento
  • modello “ospedalocentrico”: si punta tutto sull’ospedale mentre viene smantellato il sistema territoriale dei servizi
  • in continuità con il punto sopra, vengono a mancare il luoghi della prevenzione

Vediamo in dettaglio

  • “Sussidiarietà”, semplificando al massimo, vuol dire che l’ente privato accreditato/convenzionato viene parificato all’ente pubblico nella erogazione dei servizi e che i soldi pubblici vengono dati alle strutture private perché queste forniscano i servizi. La Regione fissa i criteri per l’accreditamento delle strutture private e stabilisce il valore monetario di ogni prestazione sanitaria o socio-sanitaria. Così per esempio lo Ieo (Istituto oncologico europeo) è una struttura privata convenzionata, presso cui un malato oncologico o presunto tale può ricevere assistenza con ticket. Accanto ai centri di eccellenza, però, abbiamo mostruosità tipo l’obiezione coscienza di struttura. Vuol dire ad esempio che l’Ospedale San Raffaele di Milano pratica di routine la diagnostica prenatale (ecografie, amniocentesi e compagnia bella), ma di fronte ad una malformazione fetale grave del secondo trimestre abbandonerà la donna e la coppia al loro amaro destino: per interrompere la gravidanza dovranno arrangiarsi, perché questo ospedale privato accreditato pratica la obiezione di coscienza di struttura (illegale in base alla legge 194/78)
  • Prevalenza del privato sul pubblico. Per approfondimento leggi “Lombardia. Istantanee a confronto. Sanità lombarda sempre più privata. Confronto, punto per punto, tra il 1994 e il 2017.” https://www.saluteinternazionale.info/2020/03/lombardia-istantanee-a-confronto/. Nel 1994 c’erano 44 USSL Unità socio-sanitarie Locali (prima 88), con propri ospedali, articolate in Distretti, distribuite capillarmente sul territorio. Nel 2017 abbiamo 8 ATS (Agenzie di tutela della salute) con territori di pertinenza molto vasti e popolazione media servita elevata (ATS MI: 3.400.000 ab. serviti). Le USSL avevano funzioni di programmazione, prevenzione, integrazione e controllo e tali funzioni non sono state recuperate con la successiva riorganizzazione.
  • Il massacro dei servizi territoriali e, con essi, dei servizi di prevenzione, lo vediamo ben esplicitato ad esempio nelle vicende dei consultori pubblici, che erano un fiore all’occhiello della nostra regione. La logica del consultorio è “olistica”: approccio multidisciplinare alla persona e attività orientata alla prevenzione. A pochi anni dalla introduzione della riforma, sono più che raddoppiate le prestazioni erogate dai consultori privati, perlopiù di matrice cattolica (molti dei quali selezionano le prestazioni non in base ai Livelli essenziali di assistenza ma in base ad orientamenti ideologici) mentre sono state chiuse parecchie sedi pubbliche. Qui alcuni dati https://eleonoracirant.files.wordpress.com/2012/06/eleonora-cirant-11-maggio-2012.pdf – http://www.lombardiasociale.it/2017/05/26/levoluzione-dei-consultori-lombardi/

Date le premesse, si può forse capire meglio quali siano i punti di debolezza del servizio sanitario lombardo nel fronteggiare il Covid-19 e perché la sinistra milanese, riunita sotto la sigla Milano 2030, abbia chiesto il commissariamento della sanità lombarda con una petizione che ha superato le 70mila adesioni 

https://www.change.org/p/commissariarelalombardia-va-fatto-ora

Lo stesso gruppo di associazioni e partiti ha cercato alleanze con i gruppi consiliari regionali di opposizione per denunciare le seguenti criticità:

La frammentazione della rete di assistenza territoriale, necessaria a garantire integrazione tra interventi sanitari e sostegno sociale e quell’assistenza domiciliare che è il vero anello debole dell’attuale gestione dell’epidemia nella nostra Regione

La grave situazione relativa alle Rsa, dove in due mesi sono morti il 20% dei residenti, più del doppio di quanto è successo in strutture simili nel resto d’Italia, una situazione su cui Regione Lombardia ha secondo noi responsabilità importanti, a partire da una propria delibera in base alla quale i malati di Covid19 potevano essere trasferiti nelle Rsa.

Lo scarsissimo coinvolgimento della sanità privata nella gestione dell’epidemia e, conseguentemente, il potenziale “vantaggio competitivo” che al settore privato è lasciato dall’interruzione di tutte le prestazioni ambulatoriali e ospedaliere non urgenti nelle strutture pubbliche;

– I nuovi accreditamenti realizzati in tempi rapidissimi da Regione Lombardia senza che sia chiaro quale ne sarà la sorte a emergenza finita

– La scelta di Regione Lombardia di destinare alla gestione dell’emergenza cifre molto basse rispetto al capitolo di bilancio sulla sanità

http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato6710000.pdf

Se ne ricorderanno i lombardi, la prossima volta che andranno a votare?

Eleonora Cirant

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