Bisogna rompere la tessitura culturale della merce come conforto.

I produttori del consenso sanno che il consumo è subordinato al potere e il mercato è la gogna con la quale assoggettare i cittadini.

Nelle società mercantili non importa cercare il valore d’uso, ciò che vale sono i desideri indotti, spogliandosi della propria identità.

I crolli della finanza, la fame nel mondo, le guerre come affari, i tecnofascismi hanno ridotto gli umani a cose. La coscienza sociale si risolve nel feticismo della politica ed unico collante dell’inconscio collettivo resta la merce.

Nessuna critica delle guerre da parte di governi che si richiamano alla democrazia: i mandanti sono sempre gli stessi. I padroni del petrolio delle terre rare, dell’oro, dei diamanti e di tutte le ricchezze del sottosuolo.

Sono quelli degli incontri ai vari G7 eccetera… che determinano gli indici delle finanze internazionali. Sono quelli che decidono quali territori saranno saccheggiati, quali guerre saranno intraprese.

Il nuovo illuminismo della merce sfrutta i paesi più poveri per moltiplicare la miseria reale dell’umanità.

Si realizzano nuove colonizzazioni, i genocidi fanno i successi delle politiche delle multinazionali.

Il tempo non è più negoziabile, la ricreazione è finita, ribellarsi è un dovere civile.